sabato 23 dicembre 2006

Intanto, l'anima


Ricordate Alex? Un ex del corso 2005/2006 ha pubblicato un libro. Titolo: Intanto, l'anima. Alcuni di noi hanno posato per questa sua iniziativa, che ora è disponibile al pubblico. Sta presentando la sua bella opera (non è la prima) in questi giorni e ho avuto il piacere di assistere a una sua presentazione.

BlogCronaca - Lezione n. 11, 20 dicembre 2006

Saluto al sole, riscaldamento vocale, mmm-eggiamenti vari fino al cambio di nota. A quel punto, vista la mancanza degli ultimi che ancora dovevano provare il personaggio interrogato, si passa a un testo, l'Amleto, niente di meno. L'edizione proposta è quella Einaudi, nella classica collezione di teatro, quella che traduce "essere o non essere, questo è il problema". Bello, si comincia a leggere proprio dall'inizio, dall'elenco dei personaggi, e poi si prosegue a oltranza, con una breve pausa. Lettura logica, cioè il livello della comprensione del testo. Ci si alterna, scambiandosi le parti, sempre più in pochi. Alle undici, infatti, dopo quasi tre ore, qualcuno si è stancato, considerando forse la semplice lettura scolastica poco istruttiva. Siamo arrivati fin verso la metà dell'opera, poco dopo la rappresentazione fatta dagli attori a palazzo, su richiesta di Amleto. Chissà, forse la maestra avrebbe desiderato completarla in una sola notte, forse la riprenderemo la prossima volta.
Comunque c'è un compito per le vacanze. Occorre scegliere un brano dell'Amleto e studiarlo a memoria, interpretarlo e "montarlo", cioè accompagnarlo con movimenti scenici. Il personaggio o il brano scelto dovranno avere una certa "risonanza" con il personaggio interpretato da ciascuno in queste settimane. Non vale reinterpretarlo con parole contemporanee. Vale però utilizzare una scenografia immaginaria moderna (al telefono, in auto, sul balcone). Lunghezza minima: 10 righe. Lunghezza massima: ad libitum. Vale anche eliminare le brevi interruzioni provocate dall'intercalare dei personaggi per ottenere un monologo attraverso "accorpamenti". Per il testo utilizzare l'edizione Feltrinelli, disponibile on line, proposta da Alessio, che sull'Amleto ha seguito un seminario di recente. Ha il vantaggio di essere gratis, scaricabile e uguale per tutti.
Quindi bisogna presentare un prodotto "finito": memoria, interpretazione e movimento, utilizzando il lavoro fatto sul personaggio delle improvvisazioni. Una regola importante: niente sovrapposizioni. Ci si metta pure d'accordo ma niente doppioni. Anzi, per dare a Sabina modo di studiarsi i pezzi relativi, andrebbero resi pubblici prima, ovviamente in questa sede. Quindi sotto trovate i partecipanti al corso: per la prima lezione di gennaio ognuno dovrebbe dichiarare le proprie preferenze (vedi sopra).

giovedì 14 dicembre 2006

BlogCronaca - Lezione n. 10, 13 dicembre 2006

Si entra già con il personaggio addosso. Per prima cosa, pittura libera nel vuoto, a suon di musica, naturalmente come la farebbe il personaggio, poi ballo, a coppie. Cambio.
Canto del personaggio: cosa canterebbe? Qualcuno ci prova. Cambio.
A beneficio di Manuela quattro volontari ripetono il primo ingresso del personaggio in scena: si entra, ci si siede e si esce di scena, ognuno in un modo diverso.
A Manuela poi tocca entrare, ma poi non se ne vuole andare, forzando le regole della situazione, e c'è chi glielo fa notare. Lei insiste a lungo, poi cede.
Quindi è la volta della peroratio, che viena svolta sul tema del calzone farcito, alimento dietetico e adatto a eventi eleganti. Poi è la volta del dibattito: Enrico e Manuela su famiglia ristretta e famiglia allargata. Infine si passa all'interrogatorio, con Gianluca nella parte del ragazzo dodicenne e un po' ribelle, fresco della scuola di Barbiana. Alessio si rivela nella parte del folle ispirato devoto a un santone invisibile, il "maestro", mentre Federico è un bauscia milanese separato, che dai derivati trae ampio alimento, e che si divide tra golf con il Tronchetti e un giro fino a Curma in Cayenne.
Dopo l'intervallo, il consueto ménage à quatre: partono Paola (campagnola allegra), Elisa (inglese con la sua pinta), Gianluca e Federico alla fiera delle salamelle: si avvitano un po' tra di loro. Fallo di Gianluca che esce di scena senza permesso, essendo un dodicenne insofferente, mentre gli altri non trovano nelle salamelle altro che "qualcosa di nero", forse un po' di pepe. Paola lamenterà che "a questo gioco non riusciamo". Perché?
Quindi è la volta di Serena, Veronica, Enrico e Alessio nel quartiere a luci rosse di Amsterdam: l'obiettivo è chiaro: qualcuno deve entrare in modo plausibile nelle vetrine. Veronica è in gita scolastica e si è persa, Serena ha un'amnesia, Alessio è in delirio ed Enrico telefona all'ambasciata: molto movimento, urla e spintoni ma i tentativi di passare la parete di vetro da parte di Veronica e Serena non vengono assecondati da Enrico e Alessio. Confesseranno di essersi asserragliati nel loro personaggio e di non volere l'obiettivo del gioco: fallo. Alla fine è game over, senza vincitori. Sì, perché come in un reality collaborativo e competitivo l'obiettivo del gioco andava raggiunto. Con le dovute maniere, ma senza ripensamenti, a costo di sporcare, perché tirarsi indietro è peggio. Trovare lo spunto giusto, creare il consenso e portarlo a compimento, come nella vita reale, come in politica.

E gli altri? Devono trovare il modo di uscirne senza perdere la faccia, trovando una soluzione che li accontenti in qualche modo: che siano utili, purché funzionali e non servili. Devono vendersi bene. Ecco la regola del crudo gioco: studiarsi bene il personaggio in modo da non perdersi nella sua "maniera" e avere materiale a sufficienza per creare situazioni che possano funzionare. La paradossalità dei contesti suggeriti dal setting è finalizzata alla forzatura, corrisponde a un pungolo che costringe alla smorfia, all'urlo, al gesto non piatto. Il rischio? Game over.

lunedì 11 dicembre 2006

Lo spettacolo di Sabina

Uno sguardo allo specchio (IV MANCANTE)
Pièce del Teatro-dell'Oggetto-Mancato (T-O-M) da Le stanze di Rita. O dei mancanti universali di Paolo Ferrari
Regia di Sabina Villa
Spazio scenico Erika Carretta e Aurelio Colombo (scenografi), Simona Riboni (architetto)
Con Sabina Villa

Sabato 16, Domenica 17, Lunedì 18 dicembre 2006
ore 21.00 e 22.00
Isolacasateatro Via J. Dal Verme 16, 1°piano, Milano www.isolacasateatro.org

E' richiesta la prenotazione. Telefonare al 02 4699490 oppure scrivere a
info@isolacasateatro.org
Ingresso 7 euro + tessera annuale (5 euro)

BlogCronaca - Lezione n. 9, 6 dicembre 2006


Dopo il riscaldamento, altri volontari presentano il personaggio. Tobia, Enrico, Paola, Tiziana. Forse altri, ma ero in ritardo. Nell'ultimo quarto d'ora improvvisazione a quattro sul tema "qualcosa accade slla finestra lassù", sempre impersonando i personaggi. Per la prossima volta dovremo indossare il personaggio per tutta la lezione. E' una storia vera: siamo prigionieri di questi dannati personaggi con i loro tic. Unica zona franca il corridoio.

giovedì 30 novembre 2006

BlogCronaca - Lezione n. 8, 29 novembre 2006


Fine della cattività Aribertiana. Una telefonata one-to-one della Iside messaggera annuncia il ritorno in via Savona 10, nel nido delle aquile. In corridoio distribuisco mandala da colorare. Nella nuova sede stanze linde e raccolte, forse non amplissime, e per il dopo teatro i locali a cui avevamo scoperto di essere affezionati.
Dopo il saluto al sole e i consueti mmm-eggiamenti di riscaldamento si passa direttamente al lavoro sul personaggio. Gli ex assenti ripetono i dialoghetti, in questo caso su uomini del sud e del nord (Tobia e Serena), sulla vita sportiva e quella contemplativa (Paola e Veronica). Poi tre volontari interpretano il personaggio rispondendo alle domande del pubblico: Valentina, nella parte della giovane prof. Rinsecchita, Angela, che interpreta un rumeno oppresso da brutti ricordi, Matteo, starring come un reduce dalla Bosnia segnato da una pallottola nel cervello che si è riciclato come sicario.
Sul finale buttiamo via un quarto d’ora per pigrizia, archiviando una lezione in cui forse non siamo stati abbastanza generosi.

giovedì 23 novembre 2006

BlogCronaca - Lezione n. 7, 22 novembre 2006


Dopo il saluto al sole e gli esercizi di riscaldamento riprendiamo per gli assenti e un po’ per tutti il lavoro della lezione precedente, prima cambiando la nota dell’mmm progressivamente verso l’alto e poi provando il timbrato, il sussurrato, il mezzo timbrato e i vari gradini intermedi. Ancora esercizio su acuto e grave e su piano e forte, sempre sul brano a memoria. Poi cambio: si passa al parlato-cantato. Si tratta di dire la battuta tenendo sempre la stessa nota, come in una litania: suggestivo. Quindi è la volta del portato, o voce portata. Come esempio la Maestra indica una montagna lontana che bisogna raggiungere, allungando le finali e in questo caso, sì, abbassando la nota nelle finali: “Ehi, voooii, laggiuùùùùùuuu”. Tutto questo senza gridare ma simulando una distanza infinita da superare. La voce esce quasi dal corpo e si fa provenienza.
Dopo la pausa, è la volta dei segreti da rivelare a partire dai personaggi indossati la volta precedente. Veronica Barbara e Fabio portano il loro pezzo con alcune varianti, ma si riprenderà la volta prossima.

lunedì 20 novembre 2006

Caligola

Giovedì quindici eccoci in sette (5+2) a vedere Caligola. Viscerale e geometrico, intenso da far male. Mi ci vuole parecchio per riprendermi, ma a distanza di giorni continuano a tornare alla memoria brani sparsi di questa bella pièce di Camus interpretata con sicurezza e autorità dalla compagnia dei Teatri Possibili. Ma come si fa a urlare così?
Venerdì mi capitano anche gli studi per una crocifissione di Danio Manfredini al teatro Out Off: solo, tragico e commovente nella dolente umanità che così bene ha saputo ritrarre.

BlogCronaca - Lezione n. 6, 15 novembre 2006


Seconda lezione in via Ariberto: aula riscaldata e meglio illuminata. Si parte naturalmente dal saluto al sole e da una serie di esercizi di riscaldamento mi-me-ma-mo-mu e ritorno. Questa volta però si introducono piccole differenze. Provate a fare mmm, trovando una nota, e poi salire, di quello che volete, sempre in mmm, verso una nota più acuta. La variazione continua, sempre più in alto o sempre più in basso, fino a quando si fatica a tenere la nota. Poi un gioco: la maestra dà una nota e bisogna salire, o scendere, sempre sullo stesso tipo di mmm, in una catena. Più grave, più acuto, più acuto, più grave. Interessante: da provare a casa, salendo e scendendo.
Cambio: sempre in cerchio, in piedi, parliamo di timbrato. Timbrato è quando uno dà voce, senza forzare ma comunque facendosi ben sentire, di petto. Può essere un aaa, un ooo o whatever, basta che sia pieno. Sul timbrato poi ognuno dice un proprio pezzo a memoria, timbrandolo a dovere, fino a chiudere il cerchio. Nel dare voce bisogna guardare dritto davanti a sé, rivolgendosi con intenzione al compagno/a dirimpetto.
Se nel timbrato le corde vocali suonano appieno, c’è un modo in cui non suonano affatto, ed è il sussurrato. Niente vocali in aaa eee ooo questa volta: si parte direttamente con il pezzo a memoria e si scopre che per sussurrare in modo udibile ci vuole tanta aria e molta forza. Attenzione ai ritorni di timbro, magari in falsetto: non si devono sentire. A metà strada tra questi due estremi c’è il mezzo timbrato o il mezzo sussurrato: si avverte una fonazione, ma non è piena. Per provare si può anche passare da un estremo all’altro in modo graduale, sussurrando in modo sempre più udibile e viceversa.
Cambio, altra coppia di estremi: piano e forte. Si resta nell’area del timbrato ma con diversi livelli di volume. Non basta girare la manopola, bisogna cambiare l’intensità con cui spingono i mantici, in modo graduale. Prima però proviamo su una singola nota: ora piano e ora forte, e viceversa. Alcuni cambiando volume cambiano anche nota, come per sottolineare: rifare.
Cambio. Si passa ai compiti a casa. Bisognava indossare un tic, un atteggiamento, un gesto. Bene, girate per la stanza con questo tic. Poi girate per la stanza dicendo la vostra frasetta a memoria e tenete presente il vostro tic. Ora la maestra chiama lo schema. Si entra in scena indossando il gesto, ci si siede, ci si alza e si esce in quinta: sempre mantenendo intenzione e concentrazione. Lo fanno tutti. Cambio. Si entra in scena indossando il gesto, ci si siede e si deve parlare al pubblico di un argomento casuale, ma specifico: la pizza margherita, improvvisando. L’allocuzione deve aiutare a tirar fuori il personaggio. Variazione sui profiterol.
Cambio: a coppie. Ognuno mantiene il suo gesto e la sua intenzione, ma ora deve rivolgersi a un interlocutore, confrontandosi su un tema. Passano pasta contro risotto, mare contro montagna, alzarsi presto contro alzarsi tardi, weekend con gli amici o in famiglia, bianco rosso o verde. Vietato cercare pretesti: entrare subito in argomento. Da queste improvvisazioni nasce una galleria di personaggi interessanti, che prendono vita e forma gradualmente, spesso nel confronto con l’altro.
La maestra offre commenti tecnici sul modo di approcciare queste improvvisazioni: prepararsi prima all’entrata, non cercare pretesti per partire, parlare al pubblico, essere netti e “andare fino in fondo”.
Per la prossima volta bisogna preparare un pezzo. Se a lezione abbiamo improvvisato sulla base di tracce molto schematiche ora bisogna che il nostro personaggio racconti al pubblico il suo segreto, un segreto importante che può contribuire a spostare l’accento che al personaggio si era appiccicato durante le improvvisazioni, magari in modo troppo caricaturale. Massimo due minuti, rivolgendosi direttamente al pubblico, raccontando.

giovedì 9 novembre 2006

BlogCronaca - Lezione n. 5, 8 novembre 2006


La cattività Aribertiana - Dopo la pausa dei santi si riprende in una nuova sede, piuttosto squallida, a dire il vero; fredda, un po’ sudicia e poco illuminata, soprattutto nelle latrine maleolenti e zuppe. Ci si sente anche soli nei sotterranei di questa scuola, senza compagni, senza custodi. Forse si potrà gridare senza timore, dato che le bocche di lupo strette e alte danno sulla strada e non su un cortile condominiale. Sarà solo per questa volta… No no, la sentenza è definitiva. Inutile cercare una macchinetta del caffè o altri servizi di lusso a cui ci eravamo mollemente abituati. Manca pure un localino per bersi la birretta del dopo teatro in questa via Ariberto. Che abbiamo fatto per meritarci questa cattività? Ma forse la gente di teatro deve essere avvezza alla nudità, deve badare all’essenziale.
Anche la maestra è un po’ acciaccata questa sera dell’otto novembre: dopo il saluto al sole si passa a un esercizio per rafforzare il diaframma: a colpi di “esse”. Emettendo un forte e secco “s” bisogna fare dei movimenti bruschi, prima con le spalle, poi con i gomiti, i polsi, la gambe, il bacino. L’esercizio va fatto con un certo ritmo irregolare, bisogna sorprendersi con i cambi, perdere l’equilibrio, farsi quasi cadere.
Cambio: avete un filo attaccato alla fronte, alla nuca o alle orecchie, decidete al momento. Sempre emettendo “sss” dovete farvi trascinare da questo filo al via. Cambio, in due gruppi. Un gruppo attende in quinta, l’altro si fa trascinare sulla scena, e così alternandosi.
Cambio. Riscaldamento della voce, con qualche difficoltà, forse dovuta al freddo. In questo riscaldamento ognuno si porta la mano destra al petto mentre appoggia la mano sinistra sulla schiena del compagno/a: lo scopo è percepire le vibrazioni sonore, le onde che si propagano nei torsi impegnati a risuonare.
Dopo l’esercizio è il momento dei compiti a casa. Prima gli ultimi ritardatari cantano la loro canzone, poi si passa ai pezzi costruiti sulla canzone. La maestra sembra contenta delle nostre prove, probabilmente ai suoi occhi ci stiamo denudando ed entriamo nella sua inquadratura. Alla fine si forma un cerchio e se ne parla: perché non ci giudichi e tieni tutto per te? Perché ci fai fare queste improvvisazioni studiate? Qualcuno si sente a disagio nell’interpretare una parte scritta da sé medesima (tanto da farsi scrivere una parte di riserva da compiacenti copy). La maestra insiste sulla positività dello scarto tra l’atto pubblico del recitare e l’atto privato di metterci un’intenzione e un disagio irriducibilmente soggettivi. Su questo scarto si crea la tensione del teatro, uno scarto che bisogna ritrovare anche mentre si recita un testo consolidato dalla tradizione e mille volte ripetuto, altrimenti niente magia, niente pubblico catturato.
Dopo la pausa ancora in cerchio per la prova del testo a memoria. Qui la maestra un rilievo lo fa: niente sguardi sottratti nell’introspezione o nell’infinito, affrontate gli interlocutori, senza bisogno di guardarli uno per uno, ma senza nemmeno sottrarsi. Anche qui è un delicato equilibrio che va trovato, uno sguardo che ha una sua presenza, forse innaturale, ma non assente. Anche qui le voci mancano, “siamo al limite dell’udibile”.
Per la prossima volta studiate un gesto, un tic o un mimica di qualcuno che vi sta intorno e provate a “indossarlo”.
Per concludere: meglio improvvisare a caldo o prepararsi il testo? Meglio il giudizio o il libero errore? Meglio via Savona o via Ariberto?

venerdì 27 ottobre 2006

BlogCronaca - Lezione n. 4, 25 ottobre 2006


Arrivo tardi, e gli altri stanno già mmm-eggiando. Agli esercizi del canone fa seguito una prova di canto, a canone, di Fra Martino Campanaro. Prima tutti in cerchio, poi deambulando, per vedere se si perde il ritmo. E il ritmo si perde. La maestra dirige e cerca di ottenere attenzione per cambi di ritmo e di volume. Fra Martino viene poi ripetuto in minore (chi avrebbe creduto che ci potesse essere una versione notturna e inquieta di quella filastrocca?) e con diverse varianti di tempo e di volume: un ottimo riscaldamento per la prova più attesa, il canto libero in cerchio, senza musica o altri aiuti.
Questa volta ci provano tutti, o quasi, e la cosa sembra funzionare. Anche le pause sembrano ben calibrate. Dopo è la volta delle improvvisazioni sui temi delle volte scorse, per chi non c'era. Su alcune si improvvisa anche un po' di dibattito-cineforum con riflessioni varie, finché Gianluca non ci riporta alla superficie autentica del "cosa-ho-visto-e-basta". Bisogna restituire la rappresentazione alla sua nuda natura di monumento, senza cercare la moraletta. Infine, canto corale con chitarra, nelle sapienti mani di Enrico. Per la prossima volta si costruisca un'improvvisazione legata in qualche liberissimo modo al canto scelto la sera di mercoledì 25.

venerdì 20 ottobre 2006

Come partecipare al Blog

Ci sono tre modi:
il più soft è leggere.
Poi c'è il modo così-così: inserire un commento facendo clic sul link "COMMENTS" che c'è in fondo a ogni Post, cioè a ogni "paragrafo".
Infine si può anche postare, cioè scrivere un pezzo con il titolo e il testo: per farlo ci vuole una iscrizione, che vi devo mandare io con un messaggio e-mail.
Per questo chiedo a chi è interessato di farsi vivo (per esempio con un commento): riceverà il link per l'iscrizione e poi potrà scrivere quello che gli pare.

BlogCronaca - Lezione n. 3, 18 ottobre 2006

La lezione numero tre vede due new entry, Manuela e Paola. Poi si ripetono gli esercizi del saluto al sole e della respirazione.
Di nuovo c'è il gioco dello scultore e della statua. A coppie. Uno/a scolpisce l'altro/a è statua. Non si parla e non si imita: bisogna plasmare. Varianti a gruppi di tre o quattro, per gruppi scultorei più complessi, su temi quali "blu", "assorbimento" e altri. Assolutamente da fotografare, soprattutto quelli più intriganti di Gianluca che è vero artista. Portare la fotocamera next time (ci vorrebbe Matteo, che ci ha lasciato).
Nell'intervallo distribuisco membership form e bigliettini del blog. Ora lo sanno anche i nuovi.
Nella seconda parte ci sono le rappresentazioni sul tema "Dove essere non essendo". Non tutti si buttano e c'è qualche pausa di troppo: chissà la maestra come l'ha presa. Per la prossima volta un brano a memoria e un brano cantato, più le ripetizioni dei brani non interpretati perché assenti o contumaci.

giovedì 12 ottobre 2006

BlogCronaca - Lezione n. 2, 11 ottobre 2006


Si parte con lo yoga: “saluto al sole”. È un esercizio di rilassamento, distensione e respirazione che prevede 6 posizioni da percorrere “andata e ritorno”:
centro, candela, libro, cervo, angolo, cobra, angolo, cervo, libro, candela, centro.
La respirazione accompagna questi movimenti: in ispirazione quelli estesi e in espirazione quelli raccolti.
Dopo questa sequenza si passa agli esercizi di respirazione. Inspirazione completa e silenziosa. Esercizio di dilatazione dei muscoli dorsali fatto a coppie: uno respira e l’altro con le mani misura l’entità della dilatazione.
Per rendere più lunga e profonda la respirazione si arretra il punto di respirazione: non è il naso (bocca rigorosamente chiusa), ma un punto più arretrato, là dove si trova il “palato molle”. Respirando si deve sentire un leggero fruscio là dietro, ovviamente senza “raspare”, come quando ci si siede pesantemente sul divano dopo una buona bevuta. Quindi abbassare il diaframma dilatando la pancia e la schiena, diventando delle “pere”, e poi controllare in emissione trattenendo e “gestendo”.
Poi la respirazione si fa sonora. La prima forma è un mmm. Inspirare, riempiendo bene, e poi mmm.
Anche mmm nasce con una sua peculiarità. Per risuonare bene occorre sollevare il palato molle nella posizione dello sbadiglio incipiente. In questo modo la cassa di risonanza aumenta di volume. Quindi arretrare la respirazione, innalzare il palato molle, non serrare i denti e masticare panna montata o assaporare vino vecchio: mmm.
Il passaggio successivo prevede un’emissione vocalica: mmm-iii-mmm. La "i" la si fa a denti stretti, quindi inspirazione e poi di nuovo mmm-iii-mmm. La sequenza delle emissioni vocaliche continua con
mmm-ééé-mmm,
mmm-èèè-mmm,
mmm-aaa-mmm,
mmm-òòò-mmm,
mmm-óóó –mmm,
mmm-uuu –mmm.

L’importante è portare a termine l’emissione con un solo fiato e con un mmm sufficientemente prolungato in apertura e in chiusura. Si passa dallo stretto al largo: mano a mano che le vocali si aprono aumenta l’apertura della bocca, che deve essere ben evidente (due dita fra i denti come per spararsi in bocca è la misura della separatezza necessaria tra le due file di incisivi). Ora, l’apertura porta con sé il rischio dello scadimento, il buttar fuori il fiato senza gestirlo, lasciandolo andare come un gavettone inutile. Attenzione quindi a non scadere, a non lasciar uscire il suono tutto insieme in posizione frontale, mantenendo invece un atteggiamento arretrato e sbadigliato, il tutto con graduale continuità (niente colpi di glottide!).
La fase successiva prevede il passaggio dei sette suoni vocalici in un’unica emissione, prima all’andata - mmm-iii ééé èèè aaa òòò óóó uuu –mmm
e poi al ritorno - mmm- uuu óóó òòò aaa èèè ééé iii –mmm.
Questa quindi la base della preparazione che andrebbe eseguita ogni giorno, ogni notte: tre respiri, poi la sequenza di mmm, poi la sequenza di mmm-iii-mmm, mmm-ééé-mmm, mmm-èèè-mmm, mmm-aaa-mmm, mmm-òòò-mmm, mmm-óóó –mmm, mmm-uuu –mmm. Infine le due forme continue, sempre in un solo fiato. Fatelo tutti i giorni e vedrete!
Dopo la pausa si passa ai compiti: lo sguardo altrove. Si susseguono una dozzina di atti unici. La maestra non commenta, ma chiede a ciascuno una relazione teatrale di trenta secondi sul pezzo eseguito dal compagno più vicino, alla destra e alla sinistra di ciascuno. Un modo per vedere se siamo stati attenti alle performance degli altri, per verificare che l’intenzione sia “passata” al pubblico degli spettatori, oppure per far emergere una pluralità di prospettive coesistenti e co-possibili? La maestra insiste su quest’ultima forma: ognuno ha visto nell’altro una cosa diversa. Più interpretazioni vengono fuori meglio è.
Il tema per la prossima volta? Dove essere non essendo?

sabato 7 ottobre 2006

BlogCronaca - Lezione n. 1, 4 ottobre 2006

Lezione n. 1, 4 ottobre 2006
Primo giorno di corso con Sabina Villa. Del corso con Amedeo si ritrovano Angela, Enrico, Fabio, Gianluca e Veronica, ma vedo il nome di Emanuela sul registro. Sabina è bruna con i capelli legati in una treccia. Chiede disciplina e concentrazione. Dopo un giro di presentazioni bisogna subito imparare i nomi dei compagni a memoria: 17 nomi, compreso il suo ed escluso il proprio. I primi esercizi consistono proprio nel nominare tutti seduti in cerchio, facendo il giro. Perché la cosa non sia troppo facile ci si cambia anche di posto.
- Alessio
- Angela
- Barbara
- Cristina
- Elena
- Elisa
- Enrico
- Fabio
- Federico
- Gianluca
- Matteo
- Serena
- Silvia
- Tiziana
- Tobia
- Valentina
- Veronica
Attenzione e concentrazione. Dopo il gioco della memoria si passa a quello della palla. In cerchio. Con un battito di mani vettoriale bisogna indirizzare un compagno chiamandolo per nome e dandogli idealmente al palla. A sua volta chi è raggiunto dalla palla la deve passare senza indugio chiamando altri. Chi esita o sbaglia nome esce dal circolo. Variante in movimento, a eliminazione, ripetuta due o tre volte.
Cambio. Camminare e trovare un passo comune e all’unisono, senza però andare in cerchio: tagliare lo spazio e cambiare direzione continuando ad ascoltare il ritmo dei passi.
Cambio. Che qualcuno faccia un gesto con le braccia o con la parte superiore del corpo e gli altri lo riprendano imitandolo con esattezza. Il gesto deve essere dato con precisione e con precisione riprodotto. Non affrettatevi a imitare, capite bene qual è il gesto e restate nella “griglia”. Non andate in cerchio, continuate a tagliare. Se non capite il gesto seguite chi lo fa e impadronitevene. Varianti: braccio alzato, battere le mani, indice agitato in alto sopra la testa, linguacce, “genuflessione”, pugno al petto e indice puntato. Non si tratta di imitare, bisogna raccogliere l’indicazione, l’informazione, riprodurla e diffonderla (quindi rivolgersi a qualcuno mentre si fa il gesto.
Cambio. Fatemi una rappresentazione teatrale, usando il codice che volete (mimo, teatro di narrazione, dialogo o altro), che duri non più di due minuti. Dopo una serie di una decina di proposte: siete usciti dai tempi, tutti vi siete rifugiati nel teatro di narrazione. Molti hanno raccontato solamente “briciole”. La rappresentazione va portata avanti dall’inizio alla fine: va chiusa, e deve trasmettere un senso, non è una chiacchiera di corridoio.
Compito per la prossima volta. Preparare un pezzo di uno-due minuti sul tema “lo sguardo altrove”.

martedì 3 ottobre 2006

Tempo di rentrée

Si ricomincia. Quanti siamo? Qualcuno manca, altri impareremo a conoscerli.
Io riprendo a postare, partendo dalla mia esperienza. Come sempre il blog è aperto. Oggi è la volta di Chantal e Roberta. Domani tocca al resto della ex combriccola, me compreso (vedi sotto).
Difficile dire quanto mi sia mancato il corso in questi mesi: banalmente, parecchio. Grande invidia per quanti hanno frequentato i seminari estivi. Grande curiosità per quanto si prospetta in questo anno a venire.

mercoledì 21 giugno 2006

BlogCronaca: The Big Heat

Caldo, molto caldo alla lezione aperta di martedì 20 giugno 2006. Dopo aver raccolto gli applausi degli amici e i complimenti del maestro una certa ebbrezza, un sentimento di leggerezza e poi un filo di vuoto.
Per me è come se fosse finito l'Erasmus, anche se non l'ho mai fatto. In attesa del colloquio con il maestro per decidere la mia sorte l'anno prossimo, mi piacerebbe dare visibilità alle diverse cordate che si formeranno sui docenti per il secondo anno. Perché siamo destinati alla diaspora: il bel gruppo va disperso, ognuno deve scavare su se stesso. Dove andranno a finire tutti? Ancora una volta, basta postare un commento, altrimenti ci arriverò lo stesso con un giro di telefonate e pubblicherò, con permesso, naturalmente.
Ecco, il catalogo è questo: 20-23

lunedì Gaia Catullo
martedì Walter Leonardi (Chantal, Margherita, Paola,)
martedì Mariapia Pagliarecci
mercoledì Sabina Villa (Angela, Enrico, Fabio, Jeanlook, Manuela, Veronica)
mercoledì Elisa Lepore
giovedì Paolo Trotti
venerdì Monica Bonomi (Roberta)

lunedì 19 giugno 2006

BlogRevival: lezione numero 1 - 8 novembre 2005

In questi giorni di finale di partita non potevo sottrarmi a un esercizio di memoria: la prima lezione di teatro ai Teatri possibili.

Insegnante maschio con occhiali, pizzetto e capelli lunghi. Il suo nome è Amedeo Romeo. “Non vi chiedo perché siete qui, cominciamo subito a lavorare”.
1- Camminare senza incrociarsi e senza camminare in cerchio.
2- Al mio via vi incontrate con il primo/la prima che capita e vi presentate guardandovi intensamente.
3- Al mio via fermate il primo/la prima che passa e sempre con la stessa intensità gli/le carezzate il viso prendendolo tra le mani.
4- Al mio via fermate il primo/la prima che passa e vi abbracciate forte.
5- Al mio via abbracciate il primo/la prima che passa, siete innamorati/e e lui/lei parte per un lungo viaggio.
6- Al mio via abbracciate il primo/la prima che passa, è un amico/a e lui/lei parte per un lungo viaggio.
7- Al mio via abbracciate il primo/la prima che passa: è vostra moglie/vostro marito che parte per una settimana.
8- Al mio via siete alla macchinetta del caffè con uno/una che vi piace e vi decidete per la prima volta a toccarlo/a, poi vi abbracciate.
9- Alla macchinetta del caffè il giorno dopo. Di comune accordo avete deciso di lasciarvi e vi abbracciate un’ultima volta.
10- Alla macchinetta del caffè: la vostra storia è finita e vi abbracciate un’ultima volta per lasciarvi.
11- Abbraccio, carezzare il viso, tenersi le mani.
12- Il pennello-corpo: da sotto l’inguine vi penzola un pennello: dipingete quello che volete sul pavimento, pensate anche al colore.
13- Il pennello – corpo: da sopra l’ombelico vi sporge un pennello: dipingete in aria in tutte le dimensioni.
14- Pennello a coppie: uno fa l’artista e l’altro fa il pennello: pittura tridimensionale libera.
15- Pennello a tre – due fanno gli artisti e uno fa il pennello.
16- Danza manichino: uno fa il manichino, uno gli muove la testa, l’altro i fianchi, l’altro le gambe, l’altro le braccia, a suon di musica. – a gruppi di quattro/cinque con cambi successivi.
17- Bendati seguire la voce: uno/una è bendato/a; l’altro lo fa muovere, prima trascinandolo per un braccio, poi solo con la voce, dicendo pio pio pio.
18- A tre, due bendati: uno vede (gli occhi). Chi vede non può parlare, è muto, ma può toccare uno dei due bendati (la voce) che invece può parlare e dirigere il terzo (il corpo). Con questo sistema si fa una breve caccia al tesoro a gruppi di tre.
19- Tutti in cerchio. Uno chiude gli occhi e viene passato da un polo all’altro dopo uno sguardo d’intesa tra emittente e ricevente. Si complica quando i bendati che rimbalzano all’interno del cerchio aumentano.
20- Gioco della conta. Tutti insieme a occhi chiusi, in cerchio tenendosi per mano. Contare fino a venti, dicendo un numero per volta a caso e senza sovrapporsi. Con variante a cerchio stretto, abbracciati. Risultato massimo: 19.
Allocuzione finale del maestro:
“Siamo qui per fare teatro: non è un corso di lettura e dizione; non è un corso su come parlare in pubblico, non è una psicoterapia. Il teatro ha la sua peculiarità nell’esaurirsi in un presente irripetibile dato dalla tensione che si verifica tra gli attori e tra gli attori e il pubblico. L’importante è questo rapporto vivo e presente, mai uguale a se stesso. Ognuno di voi ha esigenze diversissime per venire a un corso di teatro: l’unico modo per dare una direzione univoca a tante tendenze è fare teatro.”
Grazie.

mercoledì 7 giugno 2006

BlogCronaca: lezione n. 28 - 6 giugno 2006

Nel giorno del D-Day e del compleanno delle bestie di satana, poca gente a lezione e c'è chi annuncia la propria defezione dalla lezione aperta.
In questo clima, dopo due OM etc, si passa subito al Riccardo III, in cui si attraversano terre meravigliose e inesplorate, poi a Penteo e poi a Frank, Donna e Hal. Si è provato, si è lavorato. Vedi sotto gli aggiornamenti dei movimenti di Anna e Gloucester.

lunedì 22 maggio 2006

BlogCronaca: lezione n. 25 – 16 maggio 2006

Come riscaldamento si parte con gli UA! per sentire il diaframma, con relativi passaggi sottocanestro. Poi si perfeziona con le fonazioni: vocali semplici, suono nasale, suono di testa, suono di maschera. Difficile trovare l’area di emissione giusta. Suono debole.
Quindi è la volta del classico “nel mezzo del cammin” andando dal piano al forte e dal forte al piano. Poi lo si deve dire bello forte e scandito per farsi sentire (fatica e ingolamento).
Dopo il riscaldamento si passa al pezzo di Goldoni, prima con Chantal e Veronica e poi con tutte/tutti, coinvolti in un ingranaggio di quelli cari al maestro (si veda a questo proposito la sua regia sul metronomo e la scacchiera). Da imparare.
È la volta del Riccardo III, interpretato da sei Anne, praticamente tutte quelle presenti, e da due Riccardi. Passettino in avanti rispetto alla prova precedente, si arriva fino al “E se vi dicessi chi non li ho uccisi io?” Più volume. Si chiude con Dioniso e Penteo, in cui si cimentano per la prima volta Chiara e Roberta, accanto al sempre saldo Jeanlook.
Per la prossima volta: si partirà con Dioniso, Riccardo e Frank.
Il maestro in un momento di debolezza accenna alla fuerza del nostro grupo e alle prospettive possibili. Chantal resterà in confessionale per alcuni minuti.

sabato 13 maggio 2006

Riccardo III - movimenti di Anna e Gloucester

Anna, che può essere clonata almeno fino a cinque volte, arriva in scena portando un peso/fagotto con le braccia davanti al busto. Il fagotto rappresenta la salma del re Enrico, che viene deposta ai piedi del pubblico dopo alcuni passi di avvicinamento.

A questo punto, inginocchiata, Anna, fissando uno a scelta del pubblico attacca con il "Posate a terra..."
Quando arriva a "Ecco, negli squarci che lasciarono sfuggire la tua vita, io verso l'inutile balsamo dei miei poveri occhi e..." A questo punto abbassa il volto a terra, in posizione raccolta. Da questa posizione riemerge, ctonia, con il "Maledetta..."

Maledetta la mano che aprì queste ferite.
Maledetto il cuore che ebbe cuore di farle.
Maledetto il sangue che versò questo sangue.


La maledizione si ripete per tre volte. Finita la maledizione Anna si dirige verso lo psettatore in precdenza adocchiato, lo prende per il bavero, lo fissa bene con lo sguardo e lo rialza portandolo al centro della scena.Gloucester attacca subito dopo il "ministro dell'inferno" con la prima battutina:
Dolce santa, non essere così piena d'ira.

Subito Anna riparte con le sue maledizioni. Mentre lei parla Gloucester le gira intorno, a ritmo sempre più frenetico. Il piede zoppo detta il ritmo, che ha un'accelerazione progressiva.
Un braccio è ripiegato dietro la schiena sotto la maglietta e un piede è leggermente zoppo. Curva l'andatura. Aria schifosa e bavosa, bocca impastata.
Quando Anna finisce la sua tirata Gloucester ferma la sua corsa, ansimante.
Signora, voi non conoscete le leggi della carità, che chiedono di rendere bene per male, benedizione per maledizione.

Mentre pronuncia queste parole, tende il braccio verso i capelli di lei, sfiorandoli untuoso.
Anna reagisce con le battute che vanno da "Sciagurato, tu non conosci la legge di Dio..." a ..."pietà."
Gloucester:
Ma io non ne provo alcuno, perciò non sono una belva.

La battuta si chiude con una risata un po'satanica.
Proprio in questo senso va letta la risposta di lei:
O miracolo, quando i demoni dicono la verità.

Gloucester:
Miracolo maggiore quando gli angeli sono infuriati. Degnati...

Su questa battuta Gloucester si getta in ginocchio ai piedi di Anna e struscia il viso contro di lei, languido e sardonico.
Lei risponde maledicendolo e per allontanarlo da sé lo afferra per i capelli.
Riccardo torna alla carica con il
O più bella di quanto lingua non possa dirti, concedimi...

La scena prosegue sempre in ginocchio fino al
E se vi dicessi che non li ho uccisi io?

Qui Riccardo si alza e assume un atteggiamento più aggressivo, improntato al "ma cosa c'entro io".
Con questa intenzione il:
Io non ho ucciso vostro marito.

detta guardando dall'altra parte e sul di lei
Allora è vivo.

lui ribatte con
No, è morto, ucciso per mano di Edoardo

come per confidare un segreto
Anna afferra Riccardo per la gola:
menti per la tua gola infame...

lui le lascia finire la battuta, poi le prende la mano e la bacia, continuando a baciarla, languido e innocente...
Fui provocato dalla sua lingua piena di menzogne

alla risposta di lei arriva il
ve lo concedo

detto con tono infantile
Me lo concedi istrice...

Anna afferra Riccardo per la faccia a due mani e poi si stacca quando parla di quanto era bravo Edoardo
qui Riccardo si inserisce ironico con il
Più adatto per il re del cielo, che ora lo possiede

Lo scambio va avanti, e quando si arriva al
Invece almeno per un luogo, se mi permettete di dirvelo

lui la abbraccia da dietro. Qui Anna ha un momento di dubbio, confermato, sempre nella stessa posizione, poi dal
La vostra stanza da letto

Poi c'è un distacco e Riccardo dice la battuta sul discorso sereno, lei risponde con
Tu ne fosti la causa e il maledettissimo effetto.

cui segue
La vostra bellezza fu causa di quell'effetto.

Quando Anna replica che è pronta a strapparsi la pelle dalla faccia, Riccardo la abbraccia strettamente come per fermare un'epilettica e carezzandole la testa dice la battuta
Io non potrei sopportare la rovina di tale bellezza...

si procede su questo tono "ferito", che si trova anche nelle repliche di lei, e in posizione di abbraccio terapeutico, fino allo sputo, quando c'è un distacco brusco.

venerdì 12 maggio 2006

BlogCronaca: Lezione n. 24, 9 maggio 2006

Si parte come sempre dall'esercizio di fonazione in cerchio, ma poi si passa in fretta al lavoro, passando per un giro da uno a venti. Poi Marinetti: la si studia brevemente e poi la si ripete tutti in cerchio come una canzone.
Alcune indicazioni vengono fuori, ma non sono in grado di metterle a fuoco: ricordo che prima di mettersi alla finestra bisogna aspettare che il morto venga trascinato fuori.
Dopo Marinetti è la volta di Goldoni, interpretato come sempre da Chantal e Sara: hanno fatto progressi, si studiano un po' di gesti, come il raccogliere i capelli, il dondolare le gambe.
Infine Anna: potente scena di odio al centro della sala con la maledizione che culmina in un gesto forte. Tra il "pubblico" ogni Anna (Paola, Emanuela, Angela, sara, Veronica) ne prende di mira uno e lo trascina per il bavero per continuare meglio la sua sfilza di contumelie. Difficile resistere impassibili allo sguardo irato delle erinni.
La prossima lezione si annuncia su Penteo e Dioniso.

mercoledì 12 aprile 2006

BlogCronaca: Lezione n. 22 - 11 aprile 2006

Per la prima volta questo gruppo sconnesso ma "buono" riesce a fare la conta del venti andata e ritorno. E' praticamente l'unico esercizio, insieme a un po' di preparazione vocale, e poi dritti al lavoro: prima la classe morta, con valzer di verdi nel finale; poi gli amici ubriachi di Marinetti, poi letture dal Riccardo III, ma come pronunci bene Gloucester, Fiammetta...
Infine si torna a Frank e Donna, che non vanno oltre le prime due battute.
Si delinea lo schema di quello che potrebbe essere l'inizio della lezione aperta: esordio con la classe morta, con uscita di scena a suon di giri di valzer; si rientra ubriachi con il brano di Marinetti: con questo possiamo tenere circa 5/10 minuti massimo.
Numerosi gli assenti: tornate!
Sul Blog invece si annuncia un altro contributor, per ora muto: Angela. Benvenuta Angela.

BlogCronaca: Lezione n. 21 - 4 aprile 2006

Tardiva questa cronaca, scusate ma sono stato under pressure in these past few days.
Allora, inizio con esercizi vocali, mamemimomu, poi esercizi sull'abbaiata, molto importanti per "sentire" il diaframma. Poi respirazione dorsale in posizione a quattro zampe, poi ancora abbaiate ma provando tuttele vocali e le consonsanti, per trovare i punti deboli.
Recitazione sul brano di Frank, Donna e Hal: Enrico, Margherita Chantal e Fabio.
Poi Gianluca e Fiammetta nel ruolo di Penteo e Dioniso.

sabato 1 aprile 2006

BlogCronaca: Lezione n. 20 - 28 marzo 2006



Dieci cento mille lezioni come questa. Stasera il maestro è un vulcano, una fucina, una mitraglia. Tutto comincia con il cerchio vocale: mi me ma mo mu. L’esperienza con la maestra ci rende forti in questo. Cambio, siamo strumenti musicali. A coppie: uno si riempie la pancia di aria, l’altro lo suona esercitando a tergo una compressione tre dita sotto l’ombelico. Deve uscire un bel UA! Deciso e secco, senza aspirazioni. Vari tentativi su questo. Cambio. In cerchio: ci si passa un palla immaginaria, solo che nel momento in cui si effettua il passaggio occorre ripetere lo UA! primordiale, aiutandosi con la gamba d’appoggio. Chi riceve dovrà ripassare a sua volta la palla. Altro esercizio a coppie: uno di fronte all’altro, tenendosi per mano, si solleva una gamba, quella opposta, e ci si siede per terra, poi ci si sdraia, poi ci si rialza lentamente, sempre emettendo un suono tipo “meeeee”: il gioco sta nel non dare sbalzi di voce, che invece si blocca regolarmente nei momenti di maggior tensione, sedendosi e alzandosi. Variante più generica: saltare a piè pari cercando di tenere un meee continuo, che invece diventa un meEeeEeeEee salterino.
Cambio: buio in sala, occhi chiusi, sparpagliatevi. Ora mettetevi in fila in ordine di altezza.
Cambio: sparpagliatevi ancora, e ora mettetevi in fila in ordine alfabetico. Più difficile, questo: le palpate esplorative diventano più lunghe e meticolose. Scopro di essere riconoscibile dall’orologio.
Si ripete per gli assenti la scena dei vecchi della lezione scorsa: questa volta sono loro gli aguzzini. In più la scena è scandita dalla lettura del testo originale di Tadeusz Kantor: si scopre che questo testo sarà l’esordio della nostra lezione aperta.
Altra lettura: Margherita legge da un testo di Marinetti la scena del gruppo di ubriachi che rientra a casa, saluta la moglie del padrone di casa. Per scherzo inscenano una rissa contro uno che aveva fatto qualche complimento di troppo alla moglie del padrone di casa e ci scappa il morto, che quindi viene portato fuori e lasciato per la strada, dove viene investito da un carro funebre. Bene, lo facciamo, tutti. Enrico è il marito ubriaco, Paola la moglie, Gianluca il morto. È la nostra prima volta collettiva, mai improvvisazione aveva coinvolto tutti: molto coinvolgente, anche perché ognuno doveva interpretare il suo personaggio.
Altra lettura, da Kvetch di Steven Berkoff: è la storia di Frank che torna a casa dopo un’ora di autostrada mentre Donna gli prepara la cena. Invita il poco convinto Hal, che tornato dallo spazio, si è reincarnato in un normale impiegato single e un po’ infelice: paura ipocrisia e meschinità. Sarà il lavoro per la prossima lezione: imparare a memoria.
Un breve ripasso sui personaggi con la maschera in scena: Gianluca interpreta Uto e con lui Veronica, nel medesimo ruolo: sono fratello e sorella. Poi Angela ed Enrico incarnano Bridget Jones da Altamura.
Ancora lettura, questa volta dalle Baccanti, che poi viene ripresa in formato improvvisato. Ancora Gianluca è uno splendido Penteo contro una Fiammetta che impersona Dioniso muto. Dopo un interrogatorio in crescendo i due cadono in una impasse che potrebbe sfociare in un bacio se il maestro non arrivasse a interrompere.
Dopo la lezione è Gianluca a offrire chupito per il suo compleanno (31).

giovedì 23 marzo 2006

BlogCronaca: Lezione n. 19 – 21 marzo 2006

Benvenuta Ionka tra i contributors ma non trovo ancora tracce di te qui sulla pista nera. Aspetto.

Torna il maestro da Genova e torna barbuto. Mancano in molti, forse a causa dello sciopero. Buio in sala. A coppie: uno è cieco (occhi chiusi al buio) e l’altro lo deve guidare, di corsa, in una fuga nella notte piena d’angoscia, fuga da qualcosa che insegue, qualcosa di terribile. Cambio, il cieco si fa veggente e l’altro viene trascinato. Cambio ancora: ora si fa in tre, due ciechi e un duce. L’angoscia, la corsa e il trascinamento sfiancano, sudo copiosamente.
Cambio, sempre a coppie: uno è un vecchio decrepito dal passo curvo e incerto, l’altro lo sorregge faticosamente. Cambio-scambio. Poi ricambio: ora tutti sono vecchi e camminano curvi, poi lentamente, si radunano contro la parete di fondo e si salutano con cenni muti, si incontrano tra loro. E guardano il maestro, con odio: è lui la causa della loro vecchiaia e dei loro mali. Quindi lentamente vanno verso di lui e lo accusano, ognuno lo accusa di un suo male, di una sua mutilazione fisica o morale, uno per uno, quando incontrano il suo sguardo.
Cambio: ora tutti i vecchi sono seduti sulle sedie e continuano a guardare il maestro con odio. Ognuno è costretto a chiedere di andare al bagno alzando il braccio, l’estrema umiliazione, e più cresce l’umiliazione più cresce l’odio contro il maestro che è la causa di tutto e che ha il potere di dare o negare il permesso. Poi questo gesto di richiesta si trasforma in una richiesta di aiuto e di salvezza contro una decrepitezza intollerabile. Impassibile il maestro e poi cambio, cede il testimone a un volontario che catalizzi su di sé l’odio dei vecchi ed eserciti su di loro quel potere che gli è conferito da una legge invisibile. Il cattivo di turno veste i panni di un sorvegliante di un ospizio o di un lager e costringe i vecchi a fare ginnastica, a sollevare materassi, a piegarsi, a inginocchiarsi. Tutti a turno impersonano il sorvegliante, chi più nazi, chi più infermiera stanca e inacidita ("ancora te la sei fatta addosso!"), chi sprezzante ("siete inutili"), chi spazientita.
Infine confronto a due, muto con scambio di ruoli: vecchio rattrappito e pieno di risentimento contro infermiere/sorvegliante sprezzante e provocatore. Ho difficoltà in entrambi i ruoli: debole come sorvegliante, come vecchio mi prende un tremore incontrollabile al viso.
Improvvisazione: si interpreta la solita coppia Oblomov contro Dori, molto relativizzata e con un compito preciso: lavorare sullo scontro vecchio/sorvegliante e realizzare uno scambio di ruoli nel dialogo. L’aggressiva/o deve saper soccombere e trasformarsi in remissivo/a, e viceversa.
Partono Enrico contro Angela sul tema “le vacanze di Pasqua”. Seguono Veronica e Fabio sul tradimento. Fabio ricade nell’epico comme d’habitude e non bada a un anello lasciato cadere. Quindi Roberta contro Fiammetta sulla partecipazione al matrimonio della sorella.
Problemi nei capovolgimenti di fronte che non sempre sono chiari, buona la verve di Roberta e Fiammetta.
Cambio, riprendiamo i personaggi. È un po’ come l’esercizio della maschera neutra: si va in scena e gli altri fanno domande, soltanto che questa volta bisogna incarnare il personaggio. Chiara è una rumena che vive di espedienti nella Milano da bere. Manuela porta Dori, che questa volta si chiama Concetta. Sara è la ragazza maschiaccio del libro di Ammanniti, Fiammetta sceglie niente meno che il Barney ebreo canadese, mentre Angela torna nei panni di Bridget Jones. Per tutti, “non dondolate, individuate dei tic e applicateli”.
La prossima volta ci sarà da studiare.

CorsoPossibile

ciao a tutti, scusa Fabio ma mi intrufolo. Finalmente ho capito come scrivere qui e non sui commenti! ovviamente dopo aver perso la password la password almeno 7 volte.
Scrivo per sostenere una proposta fatta da Fabio all'interno di un commento... ovvero mischiarci ad estranei, "recitare" (passatemi l'uso della parola grossa) e vedere cosa succede.
sperimentale ed esaltante. Adieu.

mercoledì 15 marzo 2006

Il ritratto di Uto

Uto Drodemberg che si alza all’alba, con la più grande naturalezza, quando gli altri sono ancora persi affondati nel sonno più opaco. Non ha bisogno di dormire e non ha bisogno di mangiare, non ha bisogno di niente, lo si vede da come è magro e flessibile, senza sovraccarichi. Il prodotto di una vita difficile, eppure è proprio da lì che ha tratto le sue qualità migliori, la sua capacità di reagire in modi non convenzionali a situazioni ostili. C’è un dimensione ascetica nel suo spirito, una forza senza limiti nella sua struttura leggera; potrebbe vivere d’aria, mettere una mano sul fuoco senza farsi male, camminare a piedi nudi nella neve. Potrebbe dimostrare le tesi meno dimostrabili, sostenere qualunque sfida, accettare scommesse a cento contro uno.
Non ha niente da difendere, nessuna posizione di rendita da salvare, non c’è margine di rischio che sia troppo alto per lui. È un eroe. Musica che sale, rock-sinfonica o piano solo. Mozart, o anche musica indiana. Cambiate pure disco, si adatta comunque ai movimenti di Uto Drodemberg che va verso la porta a vetri.

De Carlo, Andrea, Uto, Milano, Bompiani, 1995. Courtesy by Gianluca & Biblioteca di Appiano Gentile.

BlogCronaca: Lezione n. 18 – 14 marzo 2006

Arrivo in ritardo, vittima di una foratura, spero non sia presagio di sventure peggiori. Il ballo non ballo è già cominciato. La variante questa volta è che tutti devono entrare nel cerchio almeno una volta e si devono relazionare con un certo numero di componenti del cerchio, interpretando la musica con tutto il corpo e anche con il viso. Dopo quasi un’ora di questo lavoro siamo tutti piuttosto stanchi: respirazione tai chi per riprendersi e poi cerchio vocale. Qui il lavoro nella danza dà i suoi frutti: viene fuori un cerchio di grande potenza che finisce di botto dopo una lunga performance collettiva: gli dei annuiscono divertiti. Personalmente sono sudato come per la danza; alla mia sinistra Matteo è un basso degno di una petroliera.
Cambio: tirate fuori i personaggi. Finalmente escono dei personaggi nuovi. Paola racconta di una donna descritta in un romanzo della scapigliatura: magrissima e brutta ma che non rinuncia ad atteggiarsi; Veronica racconta di una canzone (aiuto, non mi ricordo quale). Fabio ribadisce il suo Oblomov, Margherita legge un brano (aiuto 2, chiedo scusa); Chantal Si rifà a Filumena Marturano di De Filippo, Enrico porta il Gattopardo, il principe di Salina, Angela si è identificata con Bridget Jones e il suo Diario, Manuela con la sua Dory (vedi sotto) mentre Gianluca ripropone il suo Uto (vedi sopra). A questo punto, avete dieci minuti per trovare il vostro personaggio.
Cambio, ecco il setting: due sedie e un tavolino, è un bar. Un volontario prenda posto: è Chantal, sempre apripista. Un altro dovrà entrare da una porta segnata da due bottigliette. Cercherà un posto a sedere e scoprirà che l’unico rimasto è quello accanto a Chantal. Entra Margherita. Non c’è altro schema. Chantal è Filumena Maturano: fa l’invadente, sceglie il menu, commenta ad alta voce “su, sposati, mangia”, Margherita è sulla difensiva.
Seconda coppia: Gianluca contro Manuela. Perché mi viene da dire contro? Beh è un confronto, è dialettico. Gianluca interpreta Uto, duro come uno schiacciasassi e indifferente a tutto: però non rinuncia a provarci con Dori che reagisce con una difesa proattiva: sofisticata, difficile, di fretta, Dori stronca le avance di Uto con esperienza e un po’ di insofferenza, ma forse non è Dori del tutto, è una Manuela possibile, come confessa durante il de-briefing.
Angela infine è Bridget Jones contro un vecchio Gattopardo Enrico, che tira fuori dal suo repertorio il personaggio del nónno: acido, formale e un po’ cinico. Bridget è furibonda contro il genere maschile: ordina un whisky, come nei film, fuma e si sfoga al telefono con sua mamma. Il vecchio Enrico cerca di rabbonirla con distacco.
Fine della lezione e del ciclo di Sesto San Giovanni. Un ringraziamento alla maestra per quanto ha saputo darci, in cambio di un misero paio di lacere brache turche.

mercoledì 8 marzo 2006

BlogCronaca: Lezione n. 17 – 7 marzo 2006

Prima di tutto ringrazio il post di Jeanlook, che ci fa una domanda sulla pazzia e racconta di un episodio di strada: lo trovate in un commento alla lezione n. 12.

Qualche assenza anche oggi, ma alcuni ritorni, come Veronica e Alex. Si inizia direttamente dal ballo/non ballo, senza esercizi preliminari. La variazione questa volta prevede un movimento graduale del corpo seguendo la musica. Prima le mani, poi le braccia, poi le spalle, poi i piedi, le gambe, il bacino, la testa e il collo e infine tutto insieme. A questo punto due entrano nel cerchio e cominciano a relazionarsi interpretando la musica; anche le espressioni del viso devono entrare in gioco. Gli altri che fanno parte del cerchio seguono senza accentuare troppo, mentre i due dentro devono esagerare. Quando finisce la musica o si stancano escono convocando altri due. In questo modo tutti riescono a fare la loro parte al centro.
Dopo la danza non danza, che impegna fisicamente, è la volta della respirazione tai-chi, che eseguiamo con una variante. Il momento di espirazione finale deve essere fatto con una spinta finale, spingendo le mani verso il basso e raddrizzando (anche se non completamente) le gambe. Questo dorebbe aiutare a spingere giù/fuori l’aria e tutto il resto. Non a caso, e non senza qualche ironia, Roberta parla a questo proposito di purificazione.
Cambio, esercizio del cerchio vociante, anche questo con variazione. A turno uno entra nel cerchio, smette di fonare e ascolta quello che fanno gli altri, si lascia trasportare dal mantra circolare. A me stasera è sembrato più debole delle volte precedenti, manca un po’ di forza trascendente.
Cambio: avete portato i personaggi? Ni - no - ma – se. Allora la maestra tira fuori le fotocopie avanzate del corso precedente, e Sara legge una cosa sua. Ne vengono fuori due personaggi femminili: Gloria, la ragazza-maschiaccio adorata dal protagonista di un libro di Ammanniti e la lupa, non so se è quella di Verga o un suo remake più recente. Nel ruolo maschile identifico un laureato in storia preso dal disincanto, che col bicchiere in mano vaga con passo obliquo e consegna uno sguardo di sconforto al mondo che lo circonda.
Ok, ora trovate il vostro personaggio camminando un po’ per la stanza; quando avete finito, contro il muro. Penso che il laureato lo farebbe bene Gianluca, ma per prima esce Roberta, nel ruolo della santona guaritrice. Dopo qualche tentativo cocciuto trova una buona intenzione nel saluto alla “sacra luce”. Il lavoro prevede che il volontario prenda una sedia e sia già nel personaggio, si sieda e guardi il pubblico indossando la sua maschera da personaggio. A questo punto la maestra gli passerà un testo, che è pagina 50 di una pièce di Samuel Beckett, Giorni Felici, edizioni Einaudi: “Salve, sacra luce…”. Su quel testo, preso a pretesto, bisogna improvvisare indossando la maschera del personaggio. Dopo esce Fabio, che indossando la maschera del laureato in storia legge a prima vista una paginetta un po’ impostato. Troppo distante, finto, surjoué: beccato. Su queste note termina la lectio.

Spettacolo da vedere: Cinema Cielo, fino al 19 marzo.

venerdì 3 marzo 2006

BlogCronaca: Lezione n. 16 - 28 febbraio 2006

Poca gente, si inizia con un po’ di ritardo perché dentro c’è una tipa del corso prima in confessionale con la maestra. Si parte con esercizi di stiramento e rilassamento. Il primo è il “dita incrociate in sette mosse”, di cui non ricordo bene la sequenza (davanti, al petto, in basso, davanti, in alto, poi ancora in basso…). Poi torsioni della testa: avanti, indietro, lateralmente, circolarmente.
Cambio: musica. In cerchio. Seguendo la musica “ballate” senza ballare veramente, senza stereotipare, con tutto il corpo. Poi chi entra nel cerchio interpreta la musica a modo suo: gli altri lo devono imitare. Al centro ci vanno tutti e lentamente si vince la freddezza iniziale, fino agli ultimi che sono bravissimi.
Cambio. Esercizio di respirazione dei "gomiti pesanti" che ormai ho imparato e riesco anche a fare a casa (cfr. ultima BlogCronaca). La riattivazione della circolazione ha effetto su Chantal, che viene colta da formichine ai piedi.
Cambio. In cerchio a risuonare. Al termine dei fiati vocali, si passa al lavoro sul testo nonsense, che si scopre essere derivato da un canto in un dialetto greco-pugliese-salentino. “Grico” è quindi il nome della lingua famosa. Il tema dell’esercizio è quello di dare al testo un colore, una tonalità emotiva, un’intenzione. Chantal parte dalla rabbia. Per aiutare i primi tentativi la maestra richiama il contesto dell’Antigone. Pensate al personaggio di Antigone, nel momento in cui si rivolge ai suoi concittadini. Rabbia, indignazione, esortazione. Su queste tonalità si cimentano anche Manuela e Sara. Enrico invece sceglie il personaggio del messaggero, con diverse variazioni suggerite dalla maestra (notizia cattiva, poi pessima, poi buona, poi bellissima). Fiammetta ha tamponato la macchina di un'amica. Da Gianluca un’interpretazione disperata e rotta, mentre Frisco è un ragazzo insofferente nei confronti di ipotetiche prediche materne. Angela invece è una madre esasperata e spazientita. Fabio racconta con aria soddisfatta un’impresa andata a buon fine e Chiara interpreta la sua propria agitazione.
Cambio. Parte l’improvvisazione: è uno squarcio, la lezione si impenna. Il soggetto su cui lavorare è dato dall’Antigone. Fiammetta e Sara interpretano Ismene e Antigone: Antigone vuole convincere la sorella ad aiutarla a dare sepoltura al fratello Polinice lasciato in pasto ai cani fuori dalle mura di Tebe per ordine del tiranno Creonte. Cambio, fuori Manuela (Tiresia) e Fabio (Creonte). L’indovino Tiresia cerca di persuadere Creonte al perdono, ma questi è irremovibile, indulgenza contro ragion di stato. Siamo già in extended play, si parla già del confronto di Creonte con il figlio, ma hora ruit. “Per la prossima volta, portate i testi che avevate scelto per isolare il vostro personaggio”. E portate anche una fotocopia per me che ve li pubblico sul Blog, sempre che non preferiate farlo da soli.

domenica 26 febbraio 2006

BlogRevival: lezione n. 3 - 22 novembre 2005

Ormai i nomi li abbiamo imparati, qualcuno è uscito anche a cena, altri si sentono o whatever. Ma come è cominciato tutto? Provate a pensarci. Io qualche traccia ho conservato, e vorrei partire dalla lezione numero tre, la prima nella quale ci siamo trovati orfanelli del maestro e abbiamo conosciuto la maestra. Perché la tre? L’ho detto, perché era con la maestra, che ora è tornata, e poi perché la lezione numero uno me la voglio tenere per un’altra volta.
Il primo lavoro fu il “ballo”.
Musica. Muovete le mani seguendo la musica, ma non ballate. Ora muovete i piedi, ora la testa, le spalle, il bacino, e adesso tutto insieme, però non ballate, muovetevi e basta, cercate di muovere tutto e… non giudicatevi. Cambio.
Fate un cerchio – tutti seguono la musica, “senza esagerare”. Due invece al centro del cerchio la interpretano, relazionandosi, quindi “ballando”, ma sempre senza ballare. Le coppie al centro si succedono, gli altri assistono. Ricordo che la mia “partner” in quell’occasione non è mai più venuta da quella volta. Cambio.
Fate un cerchio: battere le mani ritmicamente, prima tra loro, poi su una coscia e quindi sull’altra. Questo ritmo in tre serve per sostenere una filastrocca “la-tara-ra-si--la-tara-ra-no…” che impariamo progressivamente a suon di manate sulle ginocchia. Difficoltà di mantenere il ritmo delle mani continuando a cantare la canzone. Cambio.
Esercizio dell’imitazione della camminata. Fate due ali. Uno passa in mezzo camminando normalmente; a questo punto qualcun altro/altra dovrà cercare di imitarlo sempre camminando tra le due ali, mentre gli altri, dalle ali, dovranno suggerire all’imitatore come meglio adeguarsi all’involontario modello. Dopo aver raggiunto un livello di mimesis sufficiente, l’imitatore riprende la sua camminata normale per essere a sua volta imitato. Matteo, Francesca, Gianluca, Angela, Chiara, Francesco, Fiammetta. Stop.
Lo scultore e la statua. Lo scultore deve far assumere alla statua la posa che vuole, purché esprima un’emozione. Lavoro a coppie. Poi tutte le statue devono interpretare il loro ruolo da sole, sia prolungando l’azione che era stata pietrificata nell’essere statua, sia emettendo una fonazione, in genere un grido o una parola. Sotto lo sguardo esigente degli scultori, c’è chi guarda da uno spiraglio e viene colto di sorpresa, chi spia dal buco della serratura di una porta che si apre di scatto, chi gioca a bowling, chi canta/è Freddy Mercury, chi scopre un cadavere e non trattiene le risate, mentre qualcuno si sveglia e scopre che lo stanno guardando e l’ultimo trova dei soldi per terra. Tre delle statue vengono fatte interagire tra loro in una scena unica, in cui Sara è travolta da un masso e cade, Chantal - che la stava spiando da una fessura - caccia un urlo, mentre Margherita scopre Sara morta poco dopo. È il primo barlume di improvvisazione che ci fanno fare: il trucco è arrivarci per gradi, partendo dal corpo.
Annunci: il maestro John Kalamandalam terrà un seminario di due giorni sulla danza Katakali. Mmm, tentazione. Mi sa che se torna ci vado veramente.

venerdì 24 febbraio 2006

BlogCronaca: Lezione n. 15 – 21 febbraio 2006

Lezione con la nuova maestra. Lavoro sul corpo, molto tai-chi-like.
In piedi, mani incrociate, “stirarsi” portando le braccia in avanti, poi, in alto, poi in basso, tenendo sempre le mani incrociate.
Esercizio di equilibrio e coordinazione. In piedi, rilassati, talloni giunti, punte allargate, ginocchia leggermente flesse. Si solleva una gamba e il braccio opposto, fino a divaricarlo, leggermente all’indietro. Non divaricare troppo il braccio all’indietro, non aprire troppo la gamba, mantenere l’equilibrio.
Poi respirazione. Gambe leggermente divaricate e leggermente flesse, schiena dritta ma corpo rilassato, sguardo dritto di fronte. Movimento con le braccia per la respirazione. Prima molli, poi alzare le braccia inspirando, lasciando le mani e i polsi molli. Gomiti pesanti. Fermare l’inspirazione e congiungere le braccia davanti. Espirare, le braccia scendono. Inspirare, le braccia risalgono. Espirare, le mani da molli che erano prendono vita e si raddrizzano, mantenendo però la linea con i polsi. Inspirare, le braccia si flettono e le mani si raccolgono sotto le spalle. Espirare, le mani sono nuovamente molli e le braccia si rilassano lungo il corpo. Potente: alcuni si sentono le mani calde, altri i piedi gonfi, altri ancora accusano formicolii alle estremità: è un lavoro che riattiva la circolazione. “non portate all’estremo i movimenti, lasciate sempre un po’ di corsa nelle estensioni.”
Esercizio di rotazione della testa: in avanti, lateralmente, in alto e in basso. Occhi aperti, che seguono il movimento mettendo a fuoco. Senza forzare, senza essere rigidi. Più disciplina, non abbandonare la sessione.
A coppie. Uno apre il palmo e l’altro lo deve toccare al centro con la mano , rapidamente. Cambi frequenti, no agli automatismi. Confondete il vostro avversario, sorprendetelo. Cambio: ora bisogna toccare non con le mani ma con i piedi. Cambio, ora con la fronte.
Esercizio di emissione vocale. Tutti in cerchio mim, mem, mam, mom, mum. Il suono inizia in “m” e finisce in “m”, aiuta a non forzare e a non stressare le corde. Buone le armonie.
Esercizio di emissione vocale non guidato: ciascuno emette il suono che vuole, l’accordo con il gruppo deve nascere da sé, l’importante che il cerchio non si spenga e non smetta mai di suonare. Una fine non è data, il suono dovrà spengersi da sé, finisce quando finisce, non c’è un tempo. Il cerchio diventa mistico, gli “om” generati hanno grande potenza e calore, anche se non manca qualche dissonanza: fiamme salgono verso l’alto dalle bocche spalancate. Mentre il monolite assiste immoto, passano parecchi minuti. “Siete un buon gruppo”.
Lavoro sul testo nonsense. Cosa sarà? Non importa, è da interpretare liberamente alla futurista. Ci provano tutti in cerchio: l’importante è variare.
La lezione si chiude su un lavoro in cui Sara deve svegliare quattro personaggi di fango che giacciono a terra evocando con il testo nonsense un incantesimo potente. Suona la campanella prima che la cosa vada in porto.
In quale lingua è scritto il testo nonsense? Catalano calamburico? Cimbro citeriore? Rumeno runico? Per me antico alto apuano (se hai un’opinione in proposito, posta un commento).

giovedì 23 febbraio 2006

Il ritratto di Dori, la moglie del signor Lazar

Fece il suo ingresso: una signora bruna grassoccia e occhialuta, sui quarantacinque anni, di media statura, i capelli raccolti sulla testa in modo un po’ trascurato. I suoi occhi mi fulminarono con un sorriso franco e penetrante. Mi alzai, il marito mi presentò, lei annuì a significare un’accoglienza cordiale, e si mise a sedere davanti a me con una specie di gesto principesco, incrociando due lunghe gambe che contrastavano con la pesantezza delle braccia e delle spalle. Osservava il marito tracciare percorsi sulla carta dell’India e calcolare orari. Mentre cercavo di seguirlo e di capire come intendeva organizzare il tragitto, sentivo che lei continuava a esaminarmi, e quando rialzai il viso i suoi occhi si accesero nuovamente di quel sorriso penetrante, cordiale e generoso. Annuì in segno di approvazione e poi, come se si fosse resa conto dei dubbi che mi rodevano, interruppe a un tratto il marito e si rivolse direttamente a me […].
Quando il marito si chiuse in cucina i suoi occhi tornarono a brillare di quel sorriso penetrante, si sporse un poco verso di me e mi rivolse la parola con la sua voce un po’ sommessa, ma scandita […].
Parlava con calore, con passione, le sue frasi erano chiare e ben formulate, ma trapelava anche un pizzico di ipocrisia , di complimentosa esagerazione.

Yehoshua, Abraham B., Ritorno dall’India, tr. it. a cura di Alessandro Guetta ed Elena Loewenthal, Torino, Einaudi, 1999 – courtesy by Manuela

giovedì 16 febbraio 2006

BlogCronaca: Lezione n. 14 – 14 febbraio 2006

Quando arrivo stanno facendo esercizi di emissione vocale: “mia” “mie” “mio” “miu” con movimento da chiuso ad aperto. Poi parecchi esercizi collettivi. Tutti in cerchio, abbracciati, respirate assieme, occhi chiusi, concentrati. Recuperiamo un vecchio esercizio: il funerale che si trasforma in festa e quindi in happening in giardino. Prima respirazione collettiva, poi lamenti, rintocchi di campane, pianti, colonna sonora di documentario su qualche guerra dimenticata nel terzomondo. Lentamente l’atmosfera si distende. I primi sospiri, le prime risatine, che diventano poi sempre più forti e scatenate, fino a che non si arriva allo schiamazzo. La cosa sembra funzionare, il maestro apprezza.
Sempre nello stesso setting: una giornata da raccontare senza parole, ma con suoni, esclamazioni onomatopee, in un percorso che va dal risveglio alla vita attiva per poi tornare al sonno. Non siete né in città né in campagna. Risveglio, sbadigli, pipì, caffè, passi, lavoro, attività, relazione, pranzo, ancora attività, poi aperitivi, cena, tele (per qualcuno una favoletta), sonno, le classiche due paginette in trance e poi nuovamente il sonno .
A questo punto si verbalizza. Fuori Sara a raccontare la giornata che aveva immaginato a occhi chiusi, cercando di far evocare nel pubblico dei compagni le sensazioni di quella giornata, e quindi di nuovo risveglio, pipì, il caffè, il treno, le telefonate, le e-mail, il traffico, la gioranta, la serata, il bagno ristoratore a casa. Lei in piedi, gli altri seduti intorno ad ascoltare.
Cambio, ancora setting rotondo e collettivo. Vi ricordate la danza con la cover di Roxanne? Risale alla lezione n. 11 (24 gennaio). Così veniva descritta, in una proto-BlogCronaca rimasta sulla carta (e presto on line su questa pista nera):
A coppie, si “balla” secondo una coreografia che prevede riconoscimento, corteggiamento, agnizione e amore, separazione cruenta e dolorosa, al ritmo di una cover di Roxanne dei Police che sembra un tango tragico cantato da Louis Armstrong. Vertiginoso.

Ora, senza musica, rifatelo a voce vocaleggiando e ricostruendo questo schema tragico, sempre nel cerchio, sempre ad occhi chiusi sempre abbracciati. Funziona meno che i precedenti, più cantato, pensando alla musica. Uomini e donne ne danno un’interpretazione diversa, giusta l’impressione di chi dal cerchio stava fuori.
Su questo soggetto, all’improvviso, c’è da improvvisare. Fuori Clara e Fabio. Che fare? Ne viene la rievocazione della bella desaparecida De Ursùa, trovate in chissà quale fossa cilena e ricordata dal non più studente Pedro. Idea interessante, ma troppo raccontata e poco agita, i miei clienti direbbero “poco interattiva”. “Se parli di lei, guardala, non fuggire nella narrazione, crea la situazione, non evocarla”.
Cambio: esercizio sulle maschere. Maschera neutra in partenza, ma sul tavolo ce ne sono sei, scandite dalla musica. Le maschere che siano eccessive e forti, appunto, maschere. I brani scelti sono tutti piuttosto “de paura”. Lo si fa prima solo con il volto, e poi con tutto il corpo. Il lavoro chiede di memorizzare la sequenza dei brani e delle relative maschere, che uno si deve sentire addosso in relazione alla musica, per poi ripeterle da solo, in sequenza, senza più musica. Volendo provare una descrizione c’è un primo pezzo che chiamerei delirio/nausea, poi “il gabinetto del dottor Caligari”, ovvero l’orrore espressionista, poi un “vincerò” che sa di napalm la mattina presto, poi una cosa che mi ha fatto pensare a un sadico eccitato e armato di frusta, poi di nuovo una nausea acida che sa di Grateful Dead (Blues for Allah) con un tocco di Conan il barbaro e infine una specie di lonesome cow bow che mi fa pensare a un carretto che vende salsicce.
Variante: associate a questa sequenza dei sapori: ogni maschera deve avere il suo, che ne determini la tonalità emotiva prevalente (per me fumo, mal di testa e alito cattivo, sangue e ferro, kerosene e salsicce dolci).
Cambio: fuori Chantal: descrivi la tua giornata come prima, ma mettici dentro i sapori e facceli sentire, così come dovremo accorgerci dei cambi di maschera (sei) attraverso quel che senti. C’è un incidente,il traffico, poi si cammina per strada, più rilassati…
Cambio, tutti contro il muro. Fuori Matteo e Margherita che impersonano Demetrio ed Elena: con un sospiro dei suoi Demetrio strappa ad Elena una risata al culmine della tensione. La ridarola ha la meglio sul “troppo disgusto nel mio petto”.
Su queste note ci congediamo dal maestro per le prossime quattro (quattro?) lezioni.

venerdì 10 febbraio 2006

BlogCronaca: Lezione n. 13 – 8 febbraio 2006

Prima di tutto un benvenuto a Fimsi, che si è presentata con un commento al Post di Enrico, quello in fondo alla pagina. Come back soon.

Inizio: seduti in cerchio o in ginocchio, posizione comoda ma schiena diritta. Emissioni vocali: mi me ma mo. Lunghe. Poi si provano diverse altezze: di pancia, di petto, nasale, di testa, di “nuca”. Poi con suono “in maschera”, nasale, che diventa un ringhio. Tutti a quattro zampe e scontro a ringhiate tra gruppi di dinosauri (dal ringhio direi dimetrodonti) intorno a una pozza d’acqua. Poi “a” con la lingua fuori, poi “a sbadiglio” senza grattare in gola con colonna d’aria che esce senza toccare (a me tocca lo stesso, come al solito e mi viene la tosse).
Cambio: ora si emette “nel mezzo del cammin di nostra vita” ritmato e diaframmatico. Cambio: avvicinandosi al centro si cala progressivamente il volume fino all’emissione di solo fiato (si scopre che il fiato solo consuma più fiato della voce, in quanto non è sostenuto). Così e ritorno e poi vice versa, sempre su “nel mezzo del cammin di nostra vita”.
Cambio: tre gruppi di lettura: i pedanti, quelli così-così e i frou-frou. Brano del 1947 di Jean Tardieu: è una partitura interpretata da tre personaggi: Signor A, Signor B e Signor C, un dialogo ritmico in cui viene descritto il sorgere del sole. Non conosco l’autore, ma sembrerebbe un surrealista, ricorda quasi certi testi dell’ultimo Battisti (ma è vero il contrario, ecco la fonte di Pasquale Panella, un drammaturgo contemporaneo!). Dante diceva che la “concubina di Titone antico” (l’aurora) lasciava il suo posto accanto al compagno. Qui invece ci sono dei tizi che vedono una distesa. Il brano è lunghetto ma convince, variato da improvvisi cambi di ritmo e da effetti di “concitato” nella partitura musicale in cui la parola si fa fraseggio strumentale. C’è bisogno di un direttore, interpretato prima dal maestro e poi da Enrico.
Cambio. Il metronomo e le diagonali: percorso allucinante lungo le diagonali di una quadrato in otto passi a velocità 120. Quattro personaggi/ingranaggio devono muoversi in uno spazio quadrato, percorrendo linee e diagonali secondo una regola precisa, in modo da non scontrarsi. Chi sbaglia viene fatto a fette da un raggio laser. Lo si fa anche a coppie, per mia fortuna, che mi faccio condurre dal Balmaverde. Sembra che il leitmotiv della lezione sia il ritmo: metronomo o partitura. Comunque integri dal percorso ne escono in pochi.
A questo punto in fila contro il muro e fuori due volontari: siamo a Demetrio contro Elena. Partono Fiammetta/Chantal, Angela/Fabio, Enrico/Roberta. Improvvisamente è difficile ricordare le battute, altro che pezzo ben saputo. Alcuni rilievi sparsi: “partire dal basso”, “vince la pancia”, “no ai passi indietro da balletto”, “le spalle da sole sono leggere”, “mantenere la tensione”, “no perdere il tempo”, “non dimenticare i gesti”, “più intensità, più cattiveria”. Lo scontro Demetrio/Elena si ripete collettivamente, a coppie, prima senza parole, poi con un breve battuta sintetica ad libitum.
Sul finire, extended play: a tempo scaduto tutti si fronteggiano a coppie, e ad occhi chiusi ripetono il dialogo, cercando di farsi un’immagine mentale dei gesti da compiere. È il maestro che con un tocco dà il segnale di partire. Quest’ultimo esercizio gli strappa un “complimenti, bravi tutti”, che portiamo a casa, dopo breve indugio post teatro.
Detto tra noi, Demetrio sarà anche un “bastardo”, ma in fondo è infelice per via del fatto che la bella Ermia sia scappata con il rivale Lisandro, umiliandolo. La passione di Elena per lui è l’ultima beffa.

venerdì 3 febbraio 2006

Sul Don Giovanni mozartiano

Sul Don giovanni mozartiano (che forse bisognerebbe chiamare Da Pontiano) hanno scritto in parecchi: è un topos della letteratura europea. La lettura più interessante però è quella di Kierkegaard in Enten Eller, vecchio Adelphi che credo ormai introvabile. Già allora aveva analizzato la sete di conquiste di Don Giovanni, come coazione a ripetere, una lettura che sarà ripresa nei primi del novecento dal freudiano Otto Rank, che lo ricollega alla sua riflessione sul tema del doppio (ma di questo, laissons, troppo ampio sarebbe il discorso da fare).

mercoledì 1 febbraio 2006

BlogCronaca: lezione n. 12 – 31 gennaio 2006

Entro in ritardo, quindi mi perdo un po’ di esercizi iniziali. Sento parlare di mano impazzita. Entro. Il maestro ha tagliato i capelli.
Esercizio a coppie. Seduti a terra. Con la mano, a occhi chiusi, si tratta di interpretare una scena di seduzione: il duetto tra Don Giovanni e Zerlina nel Don Giovanni mozartiano. Tre i momenti della scena: avvicinamento a Zerlina e corteggiamento. Ritrosia di Zerlina che si affievolisce fino a cedere: la scena sfocia nel duetto finale: “noi ci darem la mano”. Il duetto viene eseguito su disco e accompagna il lavoro, scandendo i suoi tempi.
Il lavoro viene eseguito da seduti, a occhi chiusi, con la sola mano destra. La mano/lui corteggia, la mano/lei resiste sempre più debolmente, fino a cedere.
Cambio coppie.
Variazione: entra Elvira, una terza mano, che riconduce Zerlina alla ragione e scaccia Don Giovanni, che rimane scornato. La terza mano quindi separa le due mani amanti e fa una tirata moralistica. La terza mano viene introdotta da una terza persona.
Errori: “non ballate a tempo con le mani”. “Non fate balletti, il duetto va impersonato.” Il gioco della seduzione deve essere autentico, anche se per sua natura è fatto di strategia. In realtà la lezione è in gran parte sulla seduzione.
Cambio: a questo punto l’esercizio va rifatto non più con la sola mano ma con tutto il corpo (e tutta l’anima, verrebbe da dire). A coppie, con il terzo incomodo/Elvira, ma senza parole.
Errori: “non rappresentate, non fate il balletto, non siete nel settecento, dimenticate la colonna sonora, siamo nell’oggi.
Fine del lavoro collettivo, scatta il recitato improvvisato. Hic et nunc, con sedia. Seduzione, cedimento, terzo incomodo. Partono Gianluca e Margherita, poi Enrico/Chiara/Sara, poi Fabio/Manuela/Paola. Reminder: “abbiamo fatto un esercizio con le mani: partite da quello per ritrovare il clima". Errori: “non allontanatevi dal pubblico, guadagnate il centro della scena, non nascondetevi in fondo”. Su questo partono tre buoni quarti d'ora.
Cambio: Shakespeare, Sogno di un notte di mezza estate. La scena con Demetrio e la “cagnetta”.
"Io non t’amo, quindi smetti d’inseguirmi”. Lui è di spalle, arriva lei anelante, lo prende per un braccio (quello giusto). Lui si gira di scatto e la interroga infastidito, sprezzante iroso. Lei per nulla intimorita insiste: Francesco/Veronica, Matteo/Angela, Chantal/Fiametta.
Lezione già finita. Studiare la scena a memoria.

I complimenti di Don Giovanni a Zerlina:

voi non siete fatta per essere paesana: un'altra sorte
vi procuran quegli occhi bricconcelli, quei labbretti sì belli,
quelle dituccia candide e odorose;
parmi toccar giuncata e fiutar rose.

e poi:

Quel casinetto è mio: soli saremo,
e là, gioliello mio, ci sposeremo.
Là ci darem la mano,
là mi dirai di sì;
vedi, non è lontano,
partiam, ben mio, da qui.

il duetto:

Andiam andiam, mio bene,
a ristorar le pene
d'un innocente amor.

come dipinge donna Elvira a Zerlina

La povera infelice
è di me innamorata, e per pietà
deggio fingere amore,
ch'io son per mia disgrazia uom di buon cuore.

lunedì 30 gennaio 2006

Il ritratto di Oblòmov

Una mattina, in uno dei grandi edifici della via Gorochovaja, i cui abitanti avrebbero popolato un’intera cittadina distrettuale, stava disteso a letto, nel proprio appartamento, Il’jà Il’ìc Oblòmov.
Era un uomo di trentadue-trentatré anni, di statura media, di bell’aspetto, dagli occhi grigio-scuri, ma dai tratti del suo volto non traspariva alcuna idea determinata, né un qualche cenno di concentrazione. Il pensiero vagava libero come l’aria sul volto, sfarfalleggiava negli occhi, indugiava sulle labbra semiaperte, si nascondeva tra le rughe della fronte, per poi sparire completamente, cosicché la luce uniforme dell’indolenza appariva sul volto. Dal volto l’indolenza si trasmetteva alle pose di tutto il corpo, perfino alle pieghe della veste da camera.
A volte il suo sguardo si offuscava, con un’espressione di stanchezza o di noia; ma nemmeno per un attimo la stanchezza e la noia riuscivano a scacciare dal volto la mitezza, che era l’espressione dominante e fondamentale, non solo del volto, ma dell’anima tutta; e l’anima risplendeva in modo così aperto e chiaro sia negli occhi, sia nel sorriso e in ogni movimento del capo e delle mani. Un osservatore superficiale e freddo, se avesse gettato casualmente lo sguardo su Oblòmov, avrebbe detto: “Che pasta d’uomo deve essere, che anima semplice!” Una persona più profonda e più disponibile, dopo averlo guardato a lungo in viso, si sarebbe allontanata, immersa in una gradevole sensazione, sorridente.
Il colorito del volto di Il’jà Il’ìc non era né rubizzo, né scuro, né del tutto pallido, ma indefinito, o perlomeno, pareva tale, per il fatto che Oblòmov era sformato ben oltre i limiti della sua età: per mancanza di moto, oppure di aria, o, forse, dell’uno e dell’altra. L’intero suo corpo, a giudicare dal colorito opaco ed eccessivamente bianco del collo, delle manine grassottelle, delle spalle flosce, pareva troppo flaccido e non abbastanza virile.
I suoi movimenti, perfino quando era in pensiero, erano frenati dalla sua mitezza come pure da una pigrizia non priva, a suo modo, di grazia. Se sul volto giungeva improvvisamente una nube di preoccupazione, lo sguardo si annebbiava, sulla fronte apparivano le rughe, aveva inizio il gioco dei dubbi, della tristezza, dei timori; ma di rado tale agitazione prendeva la forma di un’idea determinata, ancora più di rado si trasformava in un’intenzione. Tutta l’agitazione si risolveva in un sospiro e svaniva nell’apatia o nel torpore.

da Goncarov, Ivan A., Oblòmov; tr. it. A cura di Laura Micheletti, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2004.

giovedì 26 gennaio 2006

La scena da studiare
(da Midsummer's night dream)

DEMETRIO
Io non t'amo; e perciò non inseguirmi.
Dov'è Lisandro? Dov'è la bella Ermia?
Dicésti che son fuggiti in questa sélva selvaggia,
ed io son prèda d'un selvaggio furore
perché non trovo la mia Ermia.
Dunque, vattene via di qui, e smétti d'inseguirmi!

ELENA
Tu m'attrai, duro cuor di calamita.
Ma ciò che attiri non è ferro volgare ché questo cuore
è puro come acciaio. Sospèndi la tua forza d'attrazione
ed io non avrò più la forza di seguirti.

DEMETRIO
Ti lusingo, io, forse? Ti dico dolci parole?
O non ti dico piuttòsto, con tutta franchezza,
che non t'amo, né potrò amarti mai?

ELENA
Ed è appunto per questo ch'io t'amo di più.
Son come il tuo cagnolino. O mio Demètrio,
più mi bastoni e più ti faccio le feste.
Respingimi, battimi, trascurami, scacciami!
Ma concèdimi di venire con te.

DEMETRIO
Non suscitare troppo disgusto nel mio petto,
ché io mi sènto male se ti vedo.

ELENA
Ed io mi sento male se non posso vederti.

DEMETRIO
Tu comprométti troppo il tuo pudore,
avendo così lasciato la città
per metterti in balìa di chi non t'ama,
affidando alle insidie della notte,
e al mal consiglio di un luogo solitario,
il tesoro prezioso della tua purezza.

ELENA
La tua virtù è la mia sicurézza. E allora
non è notte se ti guardo in volto,
e perciò non mi par d'andar nel buio,
e nel bòsco non manca compagnia
perché per me tu sei l'intero mondo.
E come posso dire d'esser sola
se tutto il mondo è qui che mi contempla?

DEMETRIO
Correrò a nascondermi nel folto della macchia,
e ti lascerò in balìa delle fière.

ELENA
Non v'è fièra più fièra del tuo cuore.
Fuggi pur quando vuoi. L'antica favola è riversa;
fugge Apollo, e Dafne lo perségue

DEMETRIO
Ti dico di lasciarmi andare. Non voglio più ascoltare.
E se m'inseguirai, non isperare
ch'io non ti rèchi oltraggio dentro al bòsco.
(Esce Demetrio.)

ELENA
T'inseguirò, e l'inferno diverrà il paradiso
se morrò per la mano di chi adoro. Esce.