giovedì 9 novembre 2006

BlogCronaca - Lezione n. 5, 8 novembre 2006


La cattività Aribertiana - Dopo la pausa dei santi si riprende in una nuova sede, piuttosto squallida, a dire il vero; fredda, un po’ sudicia e poco illuminata, soprattutto nelle latrine maleolenti e zuppe. Ci si sente anche soli nei sotterranei di questa scuola, senza compagni, senza custodi. Forse si potrà gridare senza timore, dato che le bocche di lupo strette e alte danno sulla strada e non su un cortile condominiale. Sarà solo per questa volta… No no, la sentenza è definitiva. Inutile cercare una macchinetta del caffè o altri servizi di lusso a cui ci eravamo mollemente abituati. Manca pure un localino per bersi la birretta del dopo teatro in questa via Ariberto. Che abbiamo fatto per meritarci questa cattività? Ma forse la gente di teatro deve essere avvezza alla nudità, deve badare all’essenziale.
Anche la maestra è un po’ acciaccata questa sera dell’otto novembre: dopo il saluto al sole si passa a un esercizio per rafforzare il diaframma: a colpi di “esse”. Emettendo un forte e secco “s” bisogna fare dei movimenti bruschi, prima con le spalle, poi con i gomiti, i polsi, la gambe, il bacino. L’esercizio va fatto con un certo ritmo irregolare, bisogna sorprendersi con i cambi, perdere l’equilibrio, farsi quasi cadere.
Cambio: avete un filo attaccato alla fronte, alla nuca o alle orecchie, decidete al momento. Sempre emettendo “sss” dovete farvi trascinare da questo filo al via. Cambio, in due gruppi. Un gruppo attende in quinta, l’altro si fa trascinare sulla scena, e così alternandosi.
Cambio. Riscaldamento della voce, con qualche difficoltà, forse dovuta al freddo. In questo riscaldamento ognuno si porta la mano destra al petto mentre appoggia la mano sinistra sulla schiena del compagno/a: lo scopo è percepire le vibrazioni sonore, le onde che si propagano nei torsi impegnati a risuonare.
Dopo l’esercizio è il momento dei compiti a casa. Prima gli ultimi ritardatari cantano la loro canzone, poi si passa ai pezzi costruiti sulla canzone. La maestra sembra contenta delle nostre prove, probabilmente ai suoi occhi ci stiamo denudando ed entriamo nella sua inquadratura. Alla fine si forma un cerchio e se ne parla: perché non ci giudichi e tieni tutto per te? Perché ci fai fare queste improvvisazioni studiate? Qualcuno si sente a disagio nell’interpretare una parte scritta da sé medesima (tanto da farsi scrivere una parte di riserva da compiacenti copy). La maestra insiste sulla positività dello scarto tra l’atto pubblico del recitare e l’atto privato di metterci un’intenzione e un disagio irriducibilmente soggettivi. Su questo scarto si crea la tensione del teatro, uno scarto che bisogna ritrovare anche mentre si recita un testo consolidato dalla tradizione e mille volte ripetuto, altrimenti niente magia, niente pubblico catturato.
Dopo la pausa ancora in cerchio per la prova del testo a memoria. Qui la maestra un rilievo lo fa: niente sguardi sottratti nell’introspezione o nell’infinito, affrontate gli interlocutori, senza bisogno di guardarli uno per uno, ma senza nemmeno sottrarsi. Anche qui è un delicato equilibrio che va trovato, uno sguardo che ha una sua presenza, forse innaturale, ma non assente. Anche qui le voci mancano, “siamo al limite dell’udibile”.
Per la prossima volta studiate un gesto, un tic o un mimica di qualcuno che vi sta intorno e provate a “indossarlo”.
Per concludere: meglio improvvisare a caldo o prepararsi il testo? Meglio il giudizio o il libero errore? Meglio via Savona o via Ariberto?

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao Fabio e tutti i teatranti! Finalmente ce l'ho fatta a iscrivermi...
Fabio, hai reso molto bene l'idea della lezione precedente.

Ritorno sul fatto che le improvvisazioni sono un bellissimo modo di conoscersi, di presentarsi per me. Tra l'altro, per essere precisini, non sono neanche improvvisazioni, perchè le possiamo provare e riprovare a casa quanto vogliamo.
Due anni fa ho fatto un corso in cui l'insegnante era fissato con le improvvisazioni, ma avevamo praticamente due minuti in classe per pensare e farle...quelle erano per me una tragedia di emozioni!

Veronica, come ti dicevo, secondo me si può scegliere di raccontare delle cose personali ma non intime, che ti hanno colpito ma che non è detto che tu le abbia vissute in prima persona, delle cose-storie di altri e farle tue...
Forse, mi sta piacendo proprio il fatto di cercare sempre la motivazione in ciò che vogliamo dire e rappresentare, questo importa, il resto non conta, per ora almeno.
La morale, il giudizio, lo fa il pubblico, per ora il giudizio a lezione dovrebbe essere solo tecnico credo.

veronica ha detto...

Ciao Ciao...

mah, finirete per convincermi, anche perchè se siete tutti d'accordo mi viene da dire che sono io ad avere delle sensazioni errate. Passerà. Nel frattempo studio la mia dirimpettaia in ufficio per il tic e scrivo(senza testo paracadute) il segreto del mio segreto. Dai, miglioro...