lunedì 30 gennaio 2006

Il ritratto di Oblòmov

Una mattina, in uno dei grandi edifici della via Gorochovaja, i cui abitanti avrebbero popolato un’intera cittadina distrettuale, stava disteso a letto, nel proprio appartamento, Il’jà Il’ìc Oblòmov.
Era un uomo di trentadue-trentatré anni, di statura media, di bell’aspetto, dagli occhi grigio-scuri, ma dai tratti del suo volto non traspariva alcuna idea determinata, né un qualche cenno di concentrazione. Il pensiero vagava libero come l’aria sul volto, sfarfalleggiava negli occhi, indugiava sulle labbra semiaperte, si nascondeva tra le rughe della fronte, per poi sparire completamente, cosicché la luce uniforme dell’indolenza appariva sul volto. Dal volto l’indolenza si trasmetteva alle pose di tutto il corpo, perfino alle pieghe della veste da camera.
A volte il suo sguardo si offuscava, con un’espressione di stanchezza o di noia; ma nemmeno per un attimo la stanchezza e la noia riuscivano a scacciare dal volto la mitezza, che era l’espressione dominante e fondamentale, non solo del volto, ma dell’anima tutta; e l’anima risplendeva in modo così aperto e chiaro sia negli occhi, sia nel sorriso e in ogni movimento del capo e delle mani. Un osservatore superficiale e freddo, se avesse gettato casualmente lo sguardo su Oblòmov, avrebbe detto: “Che pasta d’uomo deve essere, che anima semplice!” Una persona più profonda e più disponibile, dopo averlo guardato a lungo in viso, si sarebbe allontanata, immersa in una gradevole sensazione, sorridente.
Il colorito del volto di Il’jà Il’ìc non era né rubizzo, né scuro, né del tutto pallido, ma indefinito, o perlomeno, pareva tale, per il fatto che Oblòmov era sformato ben oltre i limiti della sua età: per mancanza di moto, oppure di aria, o, forse, dell’uno e dell’altra. L’intero suo corpo, a giudicare dal colorito opaco ed eccessivamente bianco del collo, delle manine grassottelle, delle spalle flosce, pareva troppo flaccido e non abbastanza virile.
I suoi movimenti, perfino quando era in pensiero, erano frenati dalla sua mitezza come pure da una pigrizia non priva, a suo modo, di grazia. Se sul volto giungeva improvvisamente una nube di preoccupazione, lo sguardo si annebbiava, sulla fronte apparivano le rughe, aveva inizio il gioco dei dubbi, della tristezza, dei timori; ma di rado tale agitazione prendeva la forma di un’idea determinata, ancora più di rado si trasformava in un’intenzione. Tutta l’agitazione si risolveva in un sospiro e svaniva nell’apatia o nel torpore.

da Goncarov, Ivan A., Oblòmov; tr. it. A cura di Laura Micheletti, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2004.

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