domenica 26 febbraio 2006

BlogRevival: lezione n. 3 - 22 novembre 2005

Ormai i nomi li abbiamo imparati, qualcuno è uscito anche a cena, altri si sentono o whatever. Ma come è cominciato tutto? Provate a pensarci. Io qualche traccia ho conservato, e vorrei partire dalla lezione numero tre, la prima nella quale ci siamo trovati orfanelli del maestro e abbiamo conosciuto la maestra. Perché la tre? L’ho detto, perché era con la maestra, che ora è tornata, e poi perché la lezione numero uno me la voglio tenere per un’altra volta.
Il primo lavoro fu il “ballo”.
Musica. Muovete le mani seguendo la musica, ma non ballate. Ora muovete i piedi, ora la testa, le spalle, il bacino, e adesso tutto insieme, però non ballate, muovetevi e basta, cercate di muovere tutto e… non giudicatevi. Cambio.
Fate un cerchio – tutti seguono la musica, “senza esagerare”. Due invece al centro del cerchio la interpretano, relazionandosi, quindi “ballando”, ma sempre senza ballare. Le coppie al centro si succedono, gli altri assistono. Ricordo che la mia “partner” in quell’occasione non è mai più venuta da quella volta. Cambio.
Fate un cerchio: battere le mani ritmicamente, prima tra loro, poi su una coscia e quindi sull’altra. Questo ritmo in tre serve per sostenere una filastrocca “la-tara-ra-si--la-tara-ra-no…” che impariamo progressivamente a suon di manate sulle ginocchia. Difficoltà di mantenere il ritmo delle mani continuando a cantare la canzone. Cambio.
Esercizio dell’imitazione della camminata. Fate due ali. Uno passa in mezzo camminando normalmente; a questo punto qualcun altro/altra dovrà cercare di imitarlo sempre camminando tra le due ali, mentre gli altri, dalle ali, dovranno suggerire all’imitatore come meglio adeguarsi all’involontario modello. Dopo aver raggiunto un livello di mimesis sufficiente, l’imitatore riprende la sua camminata normale per essere a sua volta imitato. Matteo, Francesca, Gianluca, Angela, Chiara, Francesco, Fiammetta. Stop.
Lo scultore e la statua. Lo scultore deve far assumere alla statua la posa che vuole, purché esprima un’emozione. Lavoro a coppie. Poi tutte le statue devono interpretare il loro ruolo da sole, sia prolungando l’azione che era stata pietrificata nell’essere statua, sia emettendo una fonazione, in genere un grido o una parola. Sotto lo sguardo esigente degli scultori, c’è chi guarda da uno spiraglio e viene colto di sorpresa, chi spia dal buco della serratura di una porta che si apre di scatto, chi gioca a bowling, chi canta/è Freddy Mercury, chi scopre un cadavere e non trattiene le risate, mentre qualcuno si sveglia e scopre che lo stanno guardando e l’ultimo trova dei soldi per terra. Tre delle statue vengono fatte interagire tra loro in una scena unica, in cui Sara è travolta da un masso e cade, Chantal - che la stava spiando da una fessura - caccia un urlo, mentre Margherita scopre Sara morta poco dopo. È il primo barlume di improvvisazione che ci fanno fare: il trucco è arrivarci per gradi, partendo dal corpo.
Annunci: il maestro John Kalamandalam terrà un seminario di due giorni sulla danza Katakali. Mmm, tentazione. Mi sa che se torna ci vado veramente.

venerdì 24 febbraio 2006

BlogCronaca: Lezione n. 15 – 21 febbraio 2006

Lezione con la nuova maestra. Lavoro sul corpo, molto tai-chi-like.
In piedi, mani incrociate, “stirarsi” portando le braccia in avanti, poi, in alto, poi in basso, tenendo sempre le mani incrociate.
Esercizio di equilibrio e coordinazione. In piedi, rilassati, talloni giunti, punte allargate, ginocchia leggermente flesse. Si solleva una gamba e il braccio opposto, fino a divaricarlo, leggermente all’indietro. Non divaricare troppo il braccio all’indietro, non aprire troppo la gamba, mantenere l’equilibrio.
Poi respirazione. Gambe leggermente divaricate e leggermente flesse, schiena dritta ma corpo rilassato, sguardo dritto di fronte. Movimento con le braccia per la respirazione. Prima molli, poi alzare le braccia inspirando, lasciando le mani e i polsi molli. Gomiti pesanti. Fermare l’inspirazione e congiungere le braccia davanti. Espirare, le braccia scendono. Inspirare, le braccia risalgono. Espirare, le mani da molli che erano prendono vita e si raddrizzano, mantenendo però la linea con i polsi. Inspirare, le braccia si flettono e le mani si raccolgono sotto le spalle. Espirare, le mani sono nuovamente molli e le braccia si rilassano lungo il corpo. Potente: alcuni si sentono le mani calde, altri i piedi gonfi, altri ancora accusano formicolii alle estremità: è un lavoro che riattiva la circolazione. “non portate all’estremo i movimenti, lasciate sempre un po’ di corsa nelle estensioni.”
Esercizio di rotazione della testa: in avanti, lateralmente, in alto e in basso. Occhi aperti, che seguono il movimento mettendo a fuoco. Senza forzare, senza essere rigidi. Più disciplina, non abbandonare la sessione.
A coppie. Uno apre il palmo e l’altro lo deve toccare al centro con la mano , rapidamente. Cambi frequenti, no agli automatismi. Confondete il vostro avversario, sorprendetelo. Cambio: ora bisogna toccare non con le mani ma con i piedi. Cambio, ora con la fronte.
Esercizio di emissione vocale. Tutti in cerchio mim, mem, mam, mom, mum. Il suono inizia in “m” e finisce in “m”, aiuta a non forzare e a non stressare le corde. Buone le armonie.
Esercizio di emissione vocale non guidato: ciascuno emette il suono che vuole, l’accordo con il gruppo deve nascere da sé, l’importante che il cerchio non si spenga e non smetta mai di suonare. Una fine non è data, il suono dovrà spengersi da sé, finisce quando finisce, non c’è un tempo. Il cerchio diventa mistico, gli “om” generati hanno grande potenza e calore, anche se non manca qualche dissonanza: fiamme salgono verso l’alto dalle bocche spalancate. Mentre il monolite assiste immoto, passano parecchi minuti. “Siete un buon gruppo”.
Lavoro sul testo nonsense. Cosa sarà? Non importa, è da interpretare liberamente alla futurista. Ci provano tutti in cerchio: l’importante è variare.
La lezione si chiude su un lavoro in cui Sara deve svegliare quattro personaggi di fango che giacciono a terra evocando con il testo nonsense un incantesimo potente. Suona la campanella prima che la cosa vada in porto.
In quale lingua è scritto il testo nonsense? Catalano calamburico? Cimbro citeriore? Rumeno runico? Per me antico alto apuano (se hai un’opinione in proposito, posta un commento).

giovedì 23 febbraio 2006

Il ritratto di Dori, la moglie del signor Lazar

Fece il suo ingresso: una signora bruna grassoccia e occhialuta, sui quarantacinque anni, di media statura, i capelli raccolti sulla testa in modo un po’ trascurato. I suoi occhi mi fulminarono con un sorriso franco e penetrante. Mi alzai, il marito mi presentò, lei annuì a significare un’accoglienza cordiale, e si mise a sedere davanti a me con una specie di gesto principesco, incrociando due lunghe gambe che contrastavano con la pesantezza delle braccia e delle spalle. Osservava il marito tracciare percorsi sulla carta dell’India e calcolare orari. Mentre cercavo di seguirlo e di capire come intendeva organizzare il tragitto, sentivo che lei continuava a esaminarmi, e quando rialzai il viso i suoi occhi si accesero nuovamente di quel sorriso penetrante, cordiale e generoso. Annuì in segno di approvazione e poi, come se si fosse resa conto dei dubbi che mi rodevano, interruppe a un tratto il marito e si rivolse direttamente a me […].
Quando il marito si chiuse in cucina i suoi occhi tornarono a brillare di quel sorriso penetrante, si sporse un poco verso di me e mi rivolse la parola con la sua voce un po’ sommessa, ma scandita […].
Parlava con calore, con passione, le sue frasi erano chiare e ben formulate, ma trapelava anche un pizzico di ipocrisia , di complimentosa esagerazione.

Yehoshua, Abraham B., Ritorno dall’India, tr. it. a cura di Alessandro Guetta ed Elena Loewenthal, Torino, Einaudi, 1999 – courtesy by Manuela

giovedì 16 febbraio 2006

BlogCronaca: Lezione n. 14 – 14 febbraio 2006

Quando arrivo stanno facendo esercizi di emissione vocale: “mia” “mie” “mio” “miu” con movimento da chiuso ad aperto. Poi parecchi esercizi collettivi. Tutti in cerchio, abbracciati, respirate assieme, occhi chiusi, concentrati. Recuperiamo un vecchio esercizio: il funerale che si trasforma in festa e quindi in happening in giardino. Prima respirazione collettiva, poi lamenti, rintocchi di campane, pianti, colonna sonora di documentario su qualche guerra dimenticata nel terzomondo. Lentamente l’atmosfera si distende. I primi sospiri, le prime risatine, che diventano poi sempre più forti e scatenate, fino a che non si arriva allo schiamazzo. La cosa sembra funzionare, il maestro apprezza.
Sempre nello stesso setting: una giornata da raccontare senza parole, ma con suoni, esclamazioni onomatopee, in un percorso che va dal risveglio alla vita attiva per poi tornare al sonno. Non siete né in città né in campagna. Risveglio, sbadigli, pipì, caffè, passi, lavoro, attività, relazione, pranzo, ancora attività, poi aperitivi, cena, tele (per qualcuno una favoletta), sonno, le classiche due paginette in trance e poi nuovamente il sonno .
A questo punto si verbalizza. Fuori Sara a raccontare la giornata che aveva immaginato a occhi chiusi, cercando di far evocare nel pubblico dei compagni le sensazioni di quella giornata, e quindi di nuovo risveglio, pipì, il caffè, il treno, le telefonate, le e-mail, il traffico, la gioranta, la serata, il bagno ristoratore a casa. Lei in piedi, gli altri seduti intorno ad ascoltare.
Cambio, ancora setting rotondo e collettivo. Vi ricordate la danza con la cover di Roxanne? Risale alla lezione n. 11 (24 gennaio). Così veniva descritta, in una proto-BlogCronaca rimasta sulla carta (e presto on line su questa pista nera):
A coppie, si “balla” secondo una coreografia che prevede riconoscimento, corteggiamento, agnizione e amore, separazione cruenta e dolorosa, al ritmo di una cover di Roxanne dei Police che sembra un tango tragico cantato da Louis Armstrong. Vertiginoso.

Ora, senza musica, rifatelo a voce vocaleggiando e ricostruendo questo schema tragico, sempre nel cerchio, sempre ad occhi chiusi sempre abbracciati. Funziona meno che i precedenti, più cantato, pensando alla musica. Uomini e donne ne danno un’interpretazione diversa, giusta l’impressione di chi dal cerchio stava fuori.
Su questo soggetto, all’improvviso, c’è da improvvisare. Fuori Clara e Fabio. Che fare? Ne viene la rievocazione della bella desaparecida De Ursùa, trovate in chissà quale fossa cilena e ricordata dal non più studente Pedro. Idea interessante, ma troppo raccontata e poco agita, i miei clienti direbbero “poco interattiva”. “Se parli di lei, guardala, non fuggire nella narrazione, crea la situazione, non evocarla”.
Cambio: esercizio sulle maschere. Maschera neutra in partenza, ma sul tavolo ce ne sono sei, scandite dalla musica. Le maschere che siano eccessive e forti, appunto, maschere. I brani scelti sono tutti piuttosto “de paura”. Lo si fa prima solo con il volto, e poi con tutto il corpo. Il lavoro chiede di memorizzare la sequenza dei brani e delle relative maschere, che uno si deve sentire addosso in relazione alla musica, per poi ripeterle da solo, in sequenza, senza più musica. Volendo provare una descrizione c’è un primo pezzo che chiamerei delirio/nausea, poi “il gabinetto del dottor Caligari”, ovvero l’orrore espressionista, poi un “vincerò” che sa di napalm la mattina presto, poi una cosa che mi ha fatto pensare a un sadico eccitato e armato di frusta, poi di nuovo una nausea acida che sa di Grateful Dead (Blues for Allah) con un tocco di Conan il barbaro e infine una specie di lonesome cow bow che mi fa pensare a un carretto che vende salsicce.
Variante: associate a questa sequenza dei sapori: ogni maschera deve avere il suo, che ne determini la tonalità emotiva prevalente (per me fumo, mal di testa e alito cattivo, sangue e ferro, kerosene e salsicce dolci).
Cambio: fuori Chantal: descrivi la tua giornata come prima, ma mettici dentro i sapori e facceli sentire, così come dovremo accorgerci dei cambi di maschera (sei) attraverso quel che senti. C’è un incidente,il traffico, poi si cammina per strada, più rilassati…
Cambio, tutti contro il muro. Fuori Matteo e Margherita che impersonano Demetrio ed Elena: con un sospiro dei suoi Demetrio strappa ad Elena una risata al culmine della tensione. La ridarola ha la meglio sul “troppo disgusto nel mio petto”.
Su queste note ci congediamo dal maestro per le prossime quattro (quattro?) lezioni.

venerdì 10 febbraio 2006

BlogCronaca: Lezione n. 13 – 8 febbraio 2006

Prima di tutto un benvenuto a Fimsi, che si è presentata con un commento al Post di Enrico, quello in fondo alla pagina. Come back soon.

Inizio: seduti in cerchio o in ginocchio, posizione comoda ma schiena diritta. Emissioni vocali: mi me ma mo. Lunghe. Poi si provano diverse altezze: di pancia, di petto, nasale, di testa, di “nuca”. Poi con suono “in maschera”, nasale, che diventa un ringhio. Tutti a quattro zampe e scontro a ringhiate tra gruppi di dinosauri (dal ringhio direi dimetrodonti) intorno a una pozza d’acqua. Poi “a” con la lingua fuori, poi “a sbadiglio” senza grattare in gola con colonna d’aria che esce senza toccare (a me tocca lo stesso, come al solito e mi viene la tosse).
Cambio: ora si emette “nel mezzo del cammin di nostra vita” ritmato e diaframmatico. Cambio: avvicinandosi al centro si cala progressivamente il volume fino all’emissione di solo fiato (si scopre che il fiato solo consuma più fiato della voce, in quanto non è sostenuto). Così e ritorno e poi vice versa, sempre su “nel mezzo del cammin di nostra vita”.
Cambio: tre gruppi di lettura: i pedanti, quelli così-così e i frou-frou. Brano del 1947 di Jean Tardieu: è una partitura interpretata da tre personaggi: Signor A, Signor B e Signor C, un dialogo ritmico in cui viene descritto il sorgere del sole. Non conosco l’autore, ma sembrerebbe un surrealista, ricorda quasi certi testi dell’ultimo Battisti (ma è vero il contrario, ecco la fonte di Pasquale Panella, un drammaturgo contemporaneo!). Dante diceva che la “concubina di Titone antico” (l’aurora) lasciava il suo posto accanto al compagno. Qui invece ci sono dei tizi che vedono una distesa. Il brano è lunghetto ma convince, variato da improvvisi cambi di ritmo e da effetti di “concitato” nella partitura musicale in cui la parola si fa fraseggio strumentale. C’è bisogno di un direttore, interpretato prima dal maestro e poi da Enrico.
Cambio. Il metronomo e le diagonali: percorso allucinante lungo le diagonali di una quadrato in otto passi a velocità 120. Quattro personaggi/ingranaggio devono muoversi in uno spazio quadrato, percorrendo linee e diagonali secondo una regola precisa, in modo da non scontrarsi. Chi sbaglia viene fatto a fette da un raggio laser. Lo si fa anche a coppie, per mia fortuna, che mi faccio condurre dal Balmaverde. Sembra che il leitmotiv della lezione sia il ritmo: metronomo o partitura. Comunque integri dal percorso ne escono in pochi.
A questo punto in fila contro il muro e fuori due volontari: siamo a Demetrio contro Elena. Partono Fiammetta/Chantal, Angela/Fabio, Enrico/Roberta. Improvvisamente è difficile ricordare le battute, altro che pezzo ben saputo. Alcuni rilievi sparsi: “partire dal basso”, “vince la pancia”, “no ai passi indietro da balletto”, “le spalle da sole sono leggere”, “mantenere la tensione”, “no perdere il tempo”, “non dimenticare i gesti”, “più intensità, più cattiveria”. Lo scontro Demetrio/Elena si ripete collettivamente, a coppie, prima senza parole, poi con un breve battuta sintetica ad libitum.
Sul finire, extended play: a tempo scaduto tutti si fronteggiano a coppie, e ad occhi chiusi ripetono il dialogo, cercando di farsi un’immagine mentale dei gesti da compiere. È il maestro che con un tocco dà il segnale di partire. Quest’ultimo esercizio gli strappa un “complimenti, bravi tutti”, che portiamo a casa, dopo breve indugio post teatro.
Detto tra noi, Demetrio sarà anche un “bastardo”, ma in fondo è infelice per via del fatto che la bella Ermia sia scappata con il rivale Lisandro, umiliandolo. La passione di Elena per lui è l’ultima beffa.

venerdì 3 febbraio 2006

Sul Don Giovanni mozartiano

Sul Don giovanni mozartiano (che forse bisognerebbe chiamare Da Pontiano) hanno scritto in parecchi: è un topos della letteratura europea. La lettura più interessante però è quella di Kierkegaard in Enten Eller, vecchio Adelphi che credo ormai introvabile. Già allora aveva analizzato la sete di conquiste di Don Giovanni, come coazione a ripetere, una lettura che sarà ripresa nei primi del novecento dal freudiano Otto Rank, che lo ricollega alla sua riflessione sul tema del doppio (ma di questo, laissons, troppo ampio sarebbe il discorso da fare).

mercoledì 1 febbraio 2006

BlogCronaca: lezione n. 12 – 31 gennaio 2006

Entro in ritardo, quindi mi perdo un po’ di esercizi iniziali. Sento parlare di mano impazzita. Entro. Il maestro ha tagliato i capelli.
Esercizio a coppie. Seduti a terra. Con la mano, a occhi chiusi, si tratta di interpretare una scena di seduzione: il duetto tra Don Giovanni e Zerlina nel Don Giovanni mozartiano. Tre i momenti della scena: avvicinamento a Zerlina e corteggiamento. Ritrosia di Zerlina che si affievolisce fino a cedere: la scena sfocia nel duetto finale: “noi ci darem la mano”. Il duetto viene eseguito su disco e accompagna il lavoro, scandendo i suoi tempi.
Il lavoro viene eseguito da seduti, a occhi chiusi, con la sola mano destra. La mano/lui corteggia, la mano/lei resiste sempre più debolmente, fino a cedere.
Cambio coppie.
Variazione: entra Elvira, una terza mano, che riconduce Zerlina alla ragione e scaccia Don Giovanni, che rimane scornato. La terza mano quindi separa le due mani amanti e fa una tirata moralistica. La terza mano viene introdotta da una terza persona.
Errori: “non ballate a tempo con le mani”. “Non fate balletti, il duetto va impersonato.” Il gioco della seduzione deve essere autentico, anche se per sua natura è fatto di strategia. In realtà la lezione è in gran parte sulla seduzione.
Cambio: a questo punto l’esercizio va rifatto non più con la sola mano ma con tutto il corpo (e tutta l’anima, verrebbe da dire). A coppie, con il terzo incomodo/Elvira, ma senza parole.
Errori: “non rappresentate, non fate il balletto, non siete nel settecento, dimenticate la colonna sonora, siamo nell’oggi.
Fine del lavoro collettivo, scatta il recitato improvvisato. Hic et nunc, con sedia. Seduzione, cedimento, terzo incomodo. Partono Gianluca e Margherita, poi Enrico/Chiara/Sara, poi Fabio/Manuela/Paola. Reminder: “abbiamo fatto un esercizio con le mani: partite da quello per ritrovare il clima". Errori: “non allontanatevi dal pubblico, guadagnate il centro della scena, non nascondetevi in fondo”. Su questo partono tre buoni quarti d'ora.
Cambio: Shakespeare, Sogno di un notte di mezza estate. La scena con Demetrio e la “cagnetta”.
"Io non t’amo, quindi smetti d’inseguirmi”. Lui è di spalle, arriva lei anelante, lo prende per un braccio (quello giusto). Lui si gira di scatto e la interroga infastidito, sprezzante iroso. Lei per nulla intimorita insiste: Francesco/Veronica, Matteo/Angela, Chantal/Fiametta.
Lezione già finita. Studiare la scena a memoria.

I complimenti di Don Giovanni a Zerlina:

voi non siete fatta per essere paesana: un'altra sorte
vi procuran quegli occhi bricconcelli, quei labbretti sì belli,
quelle dituccia candide e odorose;
parmi toccar giuncata e fiutar rose.

e poi:

Quel casinetto è mio: soli saremo,
e là, gioliello mio, ci sposeremo.
Là ci darem la mano,
là mi dirai di sì;
vedi, non è lontano,
partiam, ben mio, da qui.

il duetto:

Andiam andiam, mio bene,
a ristorar le pene
d'un innocente amor.

come dipinge donna Elvira a Zerlina

La povera infelice
è di me innamorata, e per pietà
deggio fingere amore,
ch'io son per mia disgrazia uom di buon cuore.