mercoledì 14 novembre 2007

BlogCronaca 12 novembre 2007

Nella nostra aula si aggira una nuova maestra, è Monica Bonomi, che sostituisce Gaia. Mette una musica barocca e ci fa muovere nello spazio, poi un canto da seguire, sempre muovendosi, ma seguendo la voce e non la musica, accennando con le braccia, piegandosi e all’occorrenza interagendo con gli altri. Il ritmo è sostenuto, si suda, siamo troppo coperti. Monica dà qualche suggerimento ma sembra soddisfatta. Ricordo i vassoi di Arlecchino, da far roteare senza rovesciare i bicchieri: prima da fermi e poi in movimento, a suon di musica; il burattino semirigido, da far muovere a coppie. Poi a coppie che si fronteggiano, seduti: in silenzio botta e risposta per costruire una storia, avvicinandosi e incontrandosi, ma non necessariamente. “Siate epici”. “Ma epico vuol dire snob?”, incalza Vittorio. In cerchio: sequenze rapide di movimenti da ripetere sull’esempio della maestra, scattare, saltare, poi un grido, un sussurro, un suono onomatopeico da fare con un movimento del corpo: “cerchiamo il plesso solare, non vedo le vostre gambe”. Quindi da soli: ognuno proponga una serie di suoni e movimenti che gli altri dovranno ripetere. Parte Stefano, poi Alessandra e altri: quando tocca a me mi lancio in un movimento troppo brusco con le braccia e mi procuro una lussazione alla spalla destra, così, da solo, un po’ da pirla, diciamolo. Scusate, mi dispiace. Lezione interrotta: mi aiutano a vestirmi e Davide (grazie Davide) mi porta al pronto soccorso accartocciato come un insetto colpito da una ciabattata ma sopravvissuto: in auto sento anche le cicche su cui passano le nostre ruote, figuriamoci rotaie e pavé. Là, mi danno una sedia a rotelle che mi fa tornare ai tempi del vecchio Sade, ma l’infermiera non ha l’accento inglese, e soprattutto è un uomo. Dopo un’attesa interminabile, ma che in realtà è stata piuttosto breve, mi riattaccano il braccio. Ancora pochi minuti e, abbandonato ogni ritegno, mi sarei messo a gridare per il male. Il dottor Zorzi, prima di apprestarsi a rimettere in sede l’omero divelto mi ricorda con voce calma: “Adesso lo sa cosa sto per fare, vero?” Ci si mettono in tre, poi in realtà la spalla rientra subito con un lieve rumorino e mi sento meglio, grazie dr Zorzi (avrei preferito trovare più resistenza, commenta il medico, che giudica la tenuta della mia articolazione ormai compromessa). Mi applicano una fasciatura. Davide nel frattempo si fuma un paio di siga e infine mi porta a casa: ne avrò per tre settimane.

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