Ricca lezione, questa dell’otto ottobre, di quelle che le undici arrivano troppo presto, tra prove, giochi e improvvisazioni. All’inizio ricordo una danza. No, ma non è cominciato così. Si camminava percorrendo lo spazio dell’aula, in modo asistematico, come particelle elementari che rimbalzano sulle pareti di un campo di forze, lo riempiono e lo percorrono senza lasciare percorsi intentati. Si comincia liberi, ma poi ci si libera anche della luce, si chiudono gli occhi e si continua a camminare, anche lentamente, ma con forza, senza andare a tentoni e senza protendere le mani in avanscoperta. Se c’è un contatto, si cambia direzione. Fino a che l’indicazione non cambia. Quando incontrate qualcuno cercate di entrare in contatto con l’altro toccando le palme delle mani. Lo spazio di una canzone basterà, seduti, a conoscersi, toccandosi viso spalle e braccia. Prima uno poi l’altro a turno. Dopo essersi conosciuti ciecamente (alzi la mano chi ha riconosciuto il compagno), i due si alzano e uno può aprire gli occhi. Dovrà essere maestro di volo e accompagnare l’altro in evoluzioni aeree nello spazio dell’aula, evitando accuratamente gli scontri e conquistandosi la fiducia del cieco rimasto.
Cambio: gioco del cerchio annodato: mettetevi in cerchio. Ognuno alzi la mano sinistra e cerchi quella di un compagno che non sia quello a destra né quello a sinistra. Ora quelle mani stringetele. Ora alzate la mano destra e fate lo stesso. Ora siete tutti stretti e annodati, svolgete questo nodo e fate un cerchio, senza mai staccare le mani. Sorprendentemente ci si riesce.
Cambio: gioco dell’alieno. Siete terrestri tenuti sequestrati in stato di animazione sospesa da un alieno. Ogni tanto l’alieno vi sveglia per farvi delle domande sulla terra, ma sono passate migliaia di anni e voi non vi ricordate bene, e non sapete parlare, quindi vi esprimete con il corpo. La posizione di ibernazione è pollici contro il muro e piedi leggermente alzati da terra. L’alieno/maestra chiede con voce risuonante: “Che cos’è pioggia?”, “Che cos’è lettura?”, “Che cos’è amicizia?”, “Che cos’è paura?”, “Che cos’è nero?” e così via. Da segnalare il ghiaccio di Elisa e la lettura di Stefano.
Quindi è la volta dei percorsi di trasformazione. Due gruppi, uno seduto, l’altro in piedi all’altro capo dell’aula. Gli in piedi devono percorrere lo spazio dell’aula usando questo passaggio per trasformarsi. La prima trasformazione è quella da chiuso ad aperto, poi variazione al rallenti: incontri qualcuno e cerchi di essere seducente, sorprendi qualcuno a rigarti la macchina e lo insulti. Poi altre trasformazioni: dal riso al lutto, da carnefice a vittima, da robot cattivo Goldrake! Da qui considerazioni sull’importanza della trasformazione, che deve essere tecnica e non psicologica, su Dustin Hoffmann nel laureato che non interpretava ma assorbiva il cambiamento che gli stava intorno, sulla mimesi che va bene ma è solo il primo passo verso l’attore creativo, sui fatti di tutti i giorni che non gliene importa a nessuno ma conta solo la storia di come uno si trasforma a contatto con la realtà. C'è tempo per un breve dopoteatro in cui cominciare a conoscersi al Mai dire Bar.
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