martedì 10 novembre 2009

Improvviso per due solisti e due cori

Due gruppi e due solisti. I campioni si fronteggiano. Devono confrontarsi sempre più aspramente fino a raggiungere il massimo livello possibile di scontro verbale, senza mai toccarsi, senza mai attraversare la linea immaginaria che li divide. Il motivo del contendere è dato, senza pretese di realismo o di esaustività (l'amante, il parcheggio, il rumore, la carriera), ma è solo un pretesto per sperimentare l'aumento di energia. Non è realistico. Funziona così. Il campione dice la battuta (gesto e parola, possibilmente) e il suo coro la ripete. Solo dopo questa ripetizione, che si vuole unisona, il campione avversario può rispondere alla battuta e chiamare a sua volta i suoi alla ripetizione. Si parte ad alta voce, si finisce urlando. I solisti si alternano fino a farsi coro. Difficile andare a dormire, dopo: l'energia rimane in circolo.

giovedì 29 ottobre 2009

A occhi chiusi

Arrivo tardi, ancora proditoriato da una violenta giornata sui tasti, che battono di approcci architetturali multilinea per strumenti finanziari personalizzati su mercati regolamentati. Mi invitano a un riscaldamento con massaggio. Distensivo. Un poco di azione e reazione. Camminare percorrendo lo spazio della sala. Si percorrono linee longitudinali, ortogonali o diagonali, mai curve, mai in cerchio. Aperti, inspirare, scegliere una direzione, camminare, fermarsi e in qualche modo richiudersi per poi ripartire. Mai scontrarsi, mai lasciare spazi vuoti ma continuare a percorrere. Si comincia liberi, ma poi ci si libera anche della luce, si chiudono gli occhi e si continua a camminare, anche lentamente, ma con forza, senza andare a tentoni e senza protendere le mani in avanscoperta. Se c’è un contatto, si cambia direzione. Fino a che l’indicazione non cambia. Quando incontrate qualcuno cercate di entrare in contatto con l’altro toccando le palme delle mani. Lo spazio di una canzone basterà, seduti, a conoscersi, toccandosi viso spalle e braccia. Prima uno poi l’altro a turno. Dopo essersi conosciuti ciecamente (alzi la mano chi ha riconosciuto il compagno), i due si alzano e uno può aprire gli occhi. Dovrà essere maestro di volo e accompagnare l’altro in evoluzioni aeree nello spazio dell’aula, evitando accuratamente gli scontri e conquistandosi la fiducia del cieco rimasto. L'elefante e la farfalla si librano in volo con responsabilità e fiducia, prima esitante, poi più salda e infine, veramente, cieca. Le luci passano attraverso gli occhi chiusi, con un calore rosso. E' la musica a decidere il ritmo e alla baldanza ostentata subentra una certa ritrosia. Dura superare la paura del muro ma il desiderio di assecondare prevale. Da elefante guido cogliendo un poco di riso: buon volo. Scrivete le vostre impressioni o le immagini che vi nascono in mente. Dai fogli mischiati nasceranno due improvvisazioni di gruppo sul tema delle giostre e del deserto.
Stare in ascolto aiuta la creatività. Se mi preocupo di meno di quello che devo inventare e mi lascio all'ascolto degli altri posso rubare, sviluppare, prendere e cambiare, e se l'altro dice una cosa, tu ci devi stare.

venerdì 23 ottobre 2009

Azione e reazione

Azione e reazione. In cerchio. La maestra al centro accenna un movimento ed emette un suono. Il gruppo ripete. Si crea un alfabeto. Due buffetti sulla guancia. Il piede destro pesta a terra. Un saltino, le braccia si incrociano. Sì sì. Sessè. No no. Eh? Oh! Uè uè. Tz. La lala la la. Lala la lala la la. Unz unz. Tuku. Slurp. Bleah. Dita che schioccano. Gesto dell'ombrello. Bacino. Ripetere insieme; in caso di insicurezza fidarsi del gruppo e recuperare; cercare l'unisono, eventuamente aspettare.
Variazione. Azione e reazione contraria, secondo un fraseggio di opposti. Più difficile. Anche in versione plurilingue.
Rinforza la memoria, il senso del gruppo e l'ascolto.

venerdì 13 febbraio 2009

Prima della villeggiatura

Fine settimana con Maria Pia e la Villeggiatura. Torno a casa stanco dopo altre nove ore di laboratorio sulla Villeggiatura, che si succedono alle nove di sabato. Fine settimana di lavoro teatrale intenso e duro, filando a ripetizione tre atti con battute, entrate, uscite e piccole coreografie. Non posso dire stanco ma felice, perché in realtà già è viva la preoccupazione per il debutto. Nemmeno posso essere del tutto soddisfatto perché di errori ce ne sono stati. Forse ciò che è appagante è proprio l’esperienza di un lavoro su un testo lungo, con tanti attori, con parti diverse, un lavoro che richiede applicazione, freddezza, intuito, ascolto, riflessi pronti e ovviamente memoria, oltre naturalmente alla buona pronuncia, all’emissione ben calibrata, alle intenzioni vere. Maria Pia ci segue con attenzione, inforca gli occhiali, resiste per un poco seduta in cattedra, ma poi si alza, sale sulla sedia per guardare meglio, entra in scivolata per sistemare un tavolino. Poi si siede ancora e mentre con una mano scorre i fogli del copione, con l’altra prende appunti concitati.
All’uscita indugio ancora con i compagni, muto ma incapace di staccarmi da qualcosa di così coinvolgente nonostante la fatica e un livello di attenzione necessario da far venire il mal di testa. Forse non sarà lavoro vero, ma credo che ci somigli molto.

martedì 3 febbraio 2009

Teatranti con la valigia

Quelli che lavorano con Maria Pia li riconosci dalla valigia. Una valigia pesante, piena di giacche, di drappi, di pizzi. Escono dal cancello di via Savona e si dirigono verso casa trascinando le loro masserizie. A volte spunta una piuma o un ciuffo di parrucca. Oppure trasformano un bar in una sala d'aspetto: siedono, fanno due chiacchiere in attesa di un treno che li porti in scena. Mai avuto tanta roba per un lavoro teatrale, come se fosse un lungo viaggio. Domenica alle prove la maestra ostentava tranquillità: bravi, continuate così che ce la potete fare.

lunedì 19 gennaio 2009

L'elefante e la farfalla

Un bel lavoro che Maria Pia ci ha insegnato riguarda la fiducia e la responsabilità, verso chi guarda e verso i compagni. Inizia in coppia. C'è chi chiude gli occhi e si affida a chi gli occhi li tiene aperti. Hanno un solo punto di contatto: una mano appoggia sull'altra, senza stretta, senza trattenerla. Chi vede si muove nello spazio, seguendo una musica; chi non vede si lascia portare, dalla musica e dalla sua guida. Deve aver fiducia nella guida, deve sentirla. Chi guida ha la responsabilità di questa fiducia e se la deve conquistare. Può assomigliare a un balletto, oppure a un viaggio. Ben presto non si ha più la minima idea di quale punto della sala si stia occupando e ci si perde nei propri passi incerti. Chi riesce ad abbandonarsi prova un'emozione più intensa, ma all'inizio si ha paura di andare a sbattere contro una colonna. Poi ci si scambia i ruoli. Il lavoro è ancora più interessante quando al cambio si cambia anche partner. Chi non vede viene lasciato fermo dalla guida migrante e viene raggiunto da un'altra mano, dal tocco diverso, più o meno salda, più o meno sudata, più o meno pelosa. Chi ne ha voglia si esercita nel tentativo di decifrare l'identità della nuova guida, ma poi la cosa perde d'interesse. Per chi guida, a ogni cambio la sfida di trovare un nuovo elefante da guidare, o sarà una nuova farfalla? Quando gli occhi si riaprono e si scopre l'identità dell'ultima guida, difficile resistere a un sorriso. Sorridi della tua ignoranza e della tua fiducia.

venerdì 9 gennaio 2009

Sette stati di tensione

Quanto di emozioni e saperi si è perso di questo TP Lab non seguito dal Blog, forse perché più impegnativo dei corsi precedenti, forse perché è un laboratorio, forse perché Carlo manda quelle e-mail così complete. Questo però vorrei salvarlo, perché deve far parte di di un bagaglio d'attore e non lo voglio dimenticare. Si chiama i sette stati di tensione.
Il primo è "fattone": solo le gambe reggono a malapena in piedi; il resto del corpo si trascina molle rilassato ed ebbro.
Il secondo è "fonzie": gambe molto molleggiate ed elastiche, spalle rilassate, ma già energico e convinto di essere al centro del mondo.
Il terzo è la passeggiata neutra, guardando pigramente le vetrine o una mostra, ma senza indugiare, senza fretta ma senza farsi distrarre troppo.
Il quarto è la camminata del milanese che si reca in ufficio: passo svelto, collo rigido, sguardo teso. Il quinto è la vigilanza guardinga, il "chi è, chi va là?" delle sentinelle sugli spalti di un castello danese: passo svelto, un momento di sorpresa e disorientamento, lo sguardo cerca una provenienza, inquieto.
Il sesto è la paura, va eseguito di corsa, con scatti interrotti e ripetuti, cambi di direzione: tensione nelle gambe, nel collo, negli addominali.
Il settimo è la tensione assoluta: ogni muscolo si deve tendere, dai piedi alla fronte, dal viso al collo, dalla schiena ai polpacci. Faticosissimo, in questa condizione ogni movimento provoca dolore. Si sta quasi fermi ma in preda a una vibrazione disperata.
I sette stati sono come una scala che bisogna imparare ad eseguire rapidamente con cambi repentini, imparando a dosare tensione e respirazione per dare al corpo una presenza non priva di senso nel passaggio da una condizioen all'altra. Un nuovo regalo di questo laboratorio e di Maria Pia.