A due giorni di distanza dal nostro spettacolo provo a descrivere quello che provo: un sentimento di liberazione, la conquista di un traguardo atteso, costruito insieme, con l’aiuto e la guida di Gaia e Corinna. E insieme un senso di vuoto per un percorso che volge alla conclusione, dopo i tre anni regolamentari al Libero. Come ogni anno i compagni si disperderanno dopo qualche aperitivo estivo e una pizza celebrativa, e forse un altro anno non ci sarà per conoscerne altri.
Dello spettacolo ricordo la luce grigia, quasi fumosa, in cui intravedevo il pubblico, mezzo accecato com’ero dalle luci su di me. Ricordo le lunghe “guardie” in divisa e berretto, nel mio angolino, ora a destra e ora a sinistra, che mi hanno consentito di vedere tutto lo spettacolo direttamente dalla scena. Mi vengono in mente le corvée per cambiare i cartelli con le fermate; le soste al centro del palcoscenico sulla croce di nastro adesivo per dire la mia parte; i fasci di luce che circondavano le figure dei compagni in battuta; gli applausi finali e quel varco nella fila degli attori, rimasto aperto per me, ultimo a raccogliere il saluto del pubblico; i complimenti dei compagni del primo anno venuti a vedermi, quelli di Gaia. E poi la vanità di uscire per strada con gli occhi ancora cerchiati di nero e ordinare una birra con aria stanca e un po' di sussiego.
Uno ad uno i compagni fanno ritorno a casa e così faccio anch’io, dopo averli salutati più a lungo del solito. A farmi compagnia un mal di testa, nato tra birre e sigarette scroccate conversando con l'autore, e un senso di spossatezza, perché è stato bello e perché è già finito. Su quel palco, o su un altro, poco importa, ci voglio tornare. È un desiderio netto e pulito, il più bel regalo ricevuto da maestri e compagni incontrati in questi anni alla scuola di via Savona.
mercoledì 25 giugno 2008
mercoledì 18 giugno 2008
La parola ai bagarini
mercoledì 11 giugno 2008
Il Gabri ha vinto un premio
Giulio Guanti era seduto nel buio della sua Opel Tigra da più di un’ora.
Fari spenti, riscaldamento al massimo, gli occhi ridotti a due fessure. Lattine di birra vuote e sigarette spente gli facevano compagnia nell’abitacolo. Aveva parcheggiato in una via deserta, dietro l’aeroporto. Guardò l’orologio. Le quattro meno un quarto...
E' l'esordio del suo ultimo racconto, vincitore del Premio speciale città di Milano per Subway 2008.
Se non trovate il libretto in metro, potete leggere qui il racconto completo.
mercoledì 4 giugno 2008
Ora pro nobis
Una stretta viuzza del centro. Da una finestra al secondo piano si sente un "ora pro nobis". Sul citofono neppure un nome. Non si fidano. Non mi resta che chiamare: "sorelle!" Mi aprono subito e mi offrono una birra. Mica male per cominciare. Sono loro con Corinna. Resto in ascolto delle imprese delle suore dell'ordine della concordia alimentare. Faccio anche la parte prima del passante miserevole e poi di Redento, così la Chanty mi strapazza per benino. Mentre loro fumano sul balconcino Corinna mi concede la mia parte per ben due volte. Ancora una volta un vuoto di memoria nella seconda replica, a metà, ma nel complesso bene. Rallentare bisogna, contare fino a cinque tra una battuta e l'altra nel finale. Poi riprendono loro e quasi filano. Un martedì sera rubato che però aiuta. Dopo il lunedì repubblicano pesa meno non aver posato i piedi sui legni dell'aula: grazie Alessandra per aver organizzato e per aver accettato un infiltrato nelle segrete mura dell'ordine.
Camera ardente
Uno di questi giorni ho speakerato per due amici.
Siamo agli studi di una Radio, in una stanzetta calda e chiusa: l'ora è tarda.
Registrazione per il film su un'associazione di volontariato che celebra un anniversario.
Tono paterno e caldo, da citizenship.
Dopo un po' di prove loro sembrano soddisfatti.
Chiamano il fonico per sicurezza, vogliono una conferma sulla qualità della registrazione.
Viene uno.
Poi ne viene un altro.
Da dietro il vetro li vedo confabulare.
Poi il secondo fonico irrompe nel mio loculo
si siede praticamente sulle mie ginocchia e chiede:
"Scusa ma ti è morto il gatto?"
Mantengo il mio aplomb e cerco di farla più brillante, ma mi sento un po' come Charlie Brown sul suo Pitcher's Mound.
Loro confabulano ancora e poi il fonico se ne va, con l'aria di dire "Contenti voi..."
Ancora qualche rifacimento in varie salse (ma forse la salsa è sempre quella) e tra mille ringraziamenti vengo congedato.
Ho la sensazione che se il bilancio lo consentisse cambierebbero speaker.
Aspettiamo di sentire il parere del cliente.
Siamo agli studi di una Radio, in una stanzetta calda e chiusa: l'ora è tarda.
Registrazione per il film su un'associazione di volontariato che celebra un anniversario.
Tono paterno e caldo, da citizenship.
Dopo un po' di prove loro sembrano soddisfatti.
Chiamano il fonico per sicurezza, vogliono una conferma sulla qualità della registrazione.
Viene uno.
Poi ne viene un altro.
Da dietro il vetro li vedo confabulare.
Poi il secondo fonico irrompe nel mio loculo
si siede praticamente sulle mie ginocchia e chiede:
"Scusa ma ti è morto il gatto?"
Mantengo il mio aplomb e cerco di farla più brillante, ma mi sento un po' come Charlie Brown sul suo Pitcher's Mound.
Loro confabulano ancora e poi il fonico se ne va, con l'aria di dire "Contenti voi..."
Ancora qualche rifacimento in varie salse (ma forse la salsa è sempre quella) e tra mille ringraziamenti vengo congedato.
Ho la sensazione che se il bilancio lo consentisse cambierebbero speaker.
Aspettiamo di sentire il parere del cliente.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
