Fine settimana con Maria Pia e la Villeggiatura. Torno a casa stanco dopo altre nove ore di laboratorio sulla Villeggiatura, che si succedono alle nove di sabato. Fine settimana di lavoro teatrale intenso e duro, filando a ripetizione tre atti con battute, entrate, uscite e piccole coreografie. Non posso dire stanco ma felice, perché in realtà già è viva la preoccupazione per il debutto. Nemmeno posso essere del tutto soddisfatto perché di errori ce ne sono stati. Forse ciò che è appagante è proprio l’esperienza di un lavoro su un testo lungo, con tanti attori, con parti diverse, un lavoro che richiede applicazione, freddezza, intuito, ascolto, riflessi pronti e ovviamente memoria, oltre naturalmente alla buona pronuncia, all’emissione ben calibrata, alle intenzioni vere. Maria Pia ci segue con attenzione, inforca gli occhiali, resiste per un poco seduta in cattedra, ma poi si alza, sale sulla sedia per guardare meglio, entra in scivolata per sistemare un tavolino. Poi si siede ancora e mentre con una mano scorre i fogli del copione, con l’altra prende appunti concitati.
All’uscita indugio ancora con i compagni, muto ma incapace di staccarmi da qualcosa di così coinvolgente nonostante la fatica e un livello di attenzione necessario da far venire il mal di testa. Forse non sarà lavoro vero, ma credo che ci somigli molto.
venerdì 13 febbraio 2009
martedì 3 febbraio 2009
Teatranti con la valigia
Quelli che lavorano con Maria Pia li riconosci dalla valigia. Una valigia pesante, piena di giacche, di drappi, di pizzi. Escono dal cancello di via Savona e si dirigono verso casa trascinando le loro masserizie. A volte spunta una piuma o un ciuffo di parrucca. Oppure trasformano un bar in una sala d'aspetto: siedono, fanno due chiacchiere in attesa di un treno che li porti in scena. Mai avuto tanta roba per un lavoro teatrale, come se fosse un lungo viaggio. Domenica alle prove la maestra ostentava tranquillità: bravi, continuate così che ce la potete fare.
lunedì 19 gennaio 2009
L'elefante e la farfalla
Un bel lavoro che Maria Pia ci ha insegnato riguarda la fiducia e la responsabilità, verso chi guarda e verso i compagni. Inizia in coppia. C'è chi chiude gli occhi e si affida a chi gli occhi li tiene aperti. Hanno un solo punto di contatto: una mano appoggia sull'altra, senza stretta, senza trattenerla. Chi vede si muove nello spazio, seguendo una musica; chi non vede si lascia portare, dalla musica e dalla sua guida. Deve aver fiducia nella guida, deve sentirla. Chi guida ha la responsabilità di questa fiducia e se la deve conquistare. Può assomigliare a un balletto, oppure a un viaggio. Ben presto non si ha più la minima idea di quale punto della sala si stia occupando e ci si perde nei propri passi incerti. Chi riesce ad abbandonarsi prova un'emozione più intensa, ma all'inizio si ha paura di andare a sbattere contro una colonna. Poi ci si scambia i ruoli. Il lavoro è ancora più interessante quando al cambio si cambia anche partner. Chi non vede viene lasciato fermo dalla guida migrante e viene raggiunto da un'altra mano, dal tocco diverso, più o meno salda, più o meno sudata, più o meno pelosa. Chi ne ha voglia si esercita nel tentativo di decifrare l'identità della nuova guida, ma poi la cosa perde d'interesse. Per chi guida, a ogni cambio la sfida di trovare un nuovo elefante da guidare, o sarà una nuova farfalla? Quando gli occhi si riaprono e si scopre l'identità dell'ultima guida, difficile resistere a un sorriso. Sorridi della tua ignoranza e della tua fiducia.
venerdì 9 gennaio 2009
Sette stati di tensione
Quanto di emozioni e saperi si è perso di questo TP Lab non seguito dal Blog, forse perché più impegnativo dei corsi precedenti, forse perché è un laboratorio, forse perché Carlo manda quelle e-mail così complete. Questo però vorrei salvarlo, perché deve far parte di di un bagaglio d'attore e non lo voglio dimenticare. Si chiama i sette stati di tensione.
Il primo è "fattone": solo le gambe reggono a malapena in piedi; il resto del corpo si trascina molle rilassato ed ebbro.
Il secondo è "fonzie": gambe molto molleggiate ed elastiche, spalle rilassate, ma già energico e convinto di essere al centro del mondo.
Il terzo è la passeggiata neutra, guardando pigramente le vetrine o una mostra, ma senza indugiare, senza fretta ma senza farsi distrarre troppo.
Il quarto è la camminata del milanese che si reca in ufficio: passo svelto, collo rigido, sguardo teso. Il quinto è la vigilanza guardinga, il "chi è, chi va là?" delle sentinelle sugli spalti di un castello danese: passo svelto, un momento di sorpresa e disorientamento, lo sguardo cerca una provenienza, inquieto.
Il sesto è la paura, va eseguito di corsa, con scatti interrotti e ripetuti, cambi di direzione: tensione nelle gambe, nel collo, negli addominali.
Il settimo è la tensione assoluta: ogni muscolo si deve tendere, dai piedi alla fronte, dal viso al collo, dalla schiena ai polpacci. Faticosissimo, in questa condizione ogni movimento provoca dolore. Si sta quasi fermi ma in preda a una vibrazione disperata.
I sette stati sono come una scala che bisogna imparare ad eseguire rapidamente con cambi repentini, imparando a dosare tensione e respirazione per dare al corpo una presenza non priva di senso nel passaggio da una condizioen all'altra. Un nuovo regalo di questo laboratorio e di Maria Pia.
Il primo è "fattone": solo le gambe reggono a malapena in piedi; il resto del corpo si trascina molle rilassato ed ebbro.
Il secondo è "fonzie": gambe molto molleggiate ed elastiche, spalle rilassate, ma già energico e convinto di essere al centro del mondo.
Il terzo è la passeggiata neutra, guardando pigramente le vetrine o una mostra, ma senza indugiare, senza fretta ma senza farsi distrarre troppo.
Il quarto è la camminata del milanese che si reca in ufficio: passo svelto, collo rigido, sguardo teso. Il quinto è la vigilanza guardinga, il "chi è, chi va là?" delle sentinelle sugli spalti di un castello danese: passo svelto, un momento di sorpresa e disorientamento, lo sguardo cerca una provenienza, inquieto.
Il sesto è la paura, va eseguito di corsa, con scatti interrotti e ripetuti, cambi di direzione: tensione nelle gambe, nel collo, negli addominali.
Il settimo è la tensione assoluta: ogni muscolo si deve tendere, dai piedi alla fronte, dal viso al collo, dalla schiena ai polpacci. Faticosissimo, in questa condizione ogni movimento provoca dolore. Si sta quasi fermi ma in preda a una vibrazione disperata.
I sette stati sono come una scala che bisogna imparare ad eseguire rapidamente con cambi repentini, imparando a dosare tensione e respirazione per dare al corpo una presenza non priva di senso nel passaggio da una condizioen all'altra. Un nuovo regalo di questo laboratorio e di Maria Pia.
venerdì 3 ottobre 2008
Maria Pia Pagliarevic
E' minuta e determinata, Maria Pia, e dico Pagliarevic perché preferirei lavorare su Checov. Stringe denti e occhi mentre ci osserva un po' timidi nel fare i primi esercizi. Non ama le tute da ginnastica e preferirebbe un abbigliamento più dedicato al lavoro teatrale. Piantata saldamente sui piccoli piedi chiede spirito di servizio, puntualità, attenzione e creatività. Non siate piccoli attori, ci esorta: mancano 100 ore a San Valentino. Tra le cose mai viste il lavoro con i bastoni, la sua respirazione, ancora diversa, e l'uso dello sguardo negli esercizi a due, ma questo è solo un accenno.
lunedì 7 luglio 2008
Luciano Colavero: bello scientifico e bello organico
Luciano Colavero è un tipetto dall’aria sveglia e misurata, vestito di bianco, con i capelli cortissimi, il pizzetto, l’orecchino e un sorriso deciso a denti bianchi e regolari. Ama le scarpe a punta, ma a lezione è rigorosamente a piedi nudi. Con lui s’è fatto un seminario di un fine settimana, al Faro teatrale. Per scaldarti ti propone piacevoli esercizi di training, la camminata a diverse velocità, il gioco dello specchio, l’incontrarsi incrociandosi, l’abbraccio, il saluto a culata. Ti fa capire che lui è un tipo tranquillo che non alzerà mai la voce, però allo stesso tempo sai che anche un gesto apparentemente innocuo come asciugarsi la fronte o sistemarsi i pantaloni lui lo considera una distrazione inutile, figuriamoci chiacchierare o andare in bagno.
Dopo averti fatto sudare per bene passa a spiegare il suo metodo, basato sui cosiddetti “attèmi”, parola che sul calco di parenti più noti come “fonema” e “grafema”, indica l’unità minima dell’azione scenica, un gesto, anche piccolo, come uno sguardo, unito o meno a una battuta. Gli attemi, potrebbero anche vivere da soli, dato che sono unità minime, però in natura si trovano prevalentemente in serie più meno lunghe che nella teoria di Luciano si chiamano “Sistemi” e che ricordano abbastanza le scene, con una differenza, finiscono sempre al punto di inizio, si prestano cioè ad essere eseguiti all’infinito, in loop. Ora, in un sistema accadono delle azioni sceniche secondo una sequenza predefinita che definisce un equilibrio iniziale. Lo schema però può essere modificato, entro certi limiti, purché ritrovi uno stato di equilibrio. Noi abbiamo lavorato su tre sistemi diversi: i primi due di sedici attemi/battute ciascuno, presi da Aspettando Godot di Beckett e da l’Amante di Pinter, da giocare a coppie, più un sistema collettivo da fare in quindici, senza battute.
In una prima fase, chiamata Installazione, gli attori imparano la sequenza degli attemi fino a renderla fluida. È come una coreografia: il maestro conta, scandendo i vari passaggi con brevi colpi su un tamburello, e volendo si può anche contare un numero fisso di battute ritmiche tra un attema e l’altro. Nella seconda fase, detta della Modulazione, si possono variare alcuni elementi: spazio, tempo, energia, intenzione. Infine nella fase di Trasgressione gli attemi si possono omettere, rubare, ripetere, modificare: in pratica è una sorta di improvvisazione regolata, in cui si cerca di trovare idee interessanti forzando gli schemi ma senza perderne il riferimento. È la fase creativa, in cui gli attori in scena mischiano le carte e da cui possono scaturire suggerimenti preziosi per la regia. In questa fase l’attore diventa creativo e drammaturgo. E infatti l’argomento del seminario è la drammaturgia dell’attore nel teatro del novecento.
Quanto può durare il lavoro su un singolo sistema? Anche più di un’ora. Prima si ripetono meccanicamente i gesti definiti dagli attemi, poi li si modula a suon di musica, quindi si aggiunge il testo, poi si passa alla trasgressione. È un gran lavoro, molto fecondo, al termine del quale il montaggio di una scena può diventare la semplice scelta della sequenza più efficace tra quelle osservate.
Ognuno di noi ha portato a termine il suo lavoro sul sistema. Alla fine ci si ritrova in cerchio a commentare quanto fatto. Infine un’ultima camminata sui legni dell’aula. Da dove viene questo metodo mezzo matematico e mezzo organicistico? Da un regista spagnolo il cui nome suona più o meno così: finis terrae. In effetti mai una volta che Luciano una cosa l’abbia inventata lui. Per ogni esercizio che ti propone, ti ricorda che l’ha pensato un americano, un francese o uno spagnolo trent’anni fa, e se chiedi ti dice anche la bibliografia. Non tutti hanno la medesima deferenza verso i propri maestri e le proprie fonti. Un esempio? Do it (“Jones, 1963”). Esercizio che consiste nel prendere un volontario, metterlo fuori dalla porta e decidere che lui dovrà fare una certa cosa. Poi il volontario rientra in aula e la classe deve fargli fare quella cosa senza dirgli niente, senza fargli gesti descrittivi, senza costringerlo a farla meccanicamente, con la sola forza del pensiero (prana, qui c’è di mezzo la sapienza indiana) e dei gesti. Con noi ha quasi funzionato…. Altro esempio? Repetition (“Morris, 1972”). Due volontari seduti uno di fronte all’altro si guardano negli occhi. Il primo fa una constatazione, come “hai la maglietta bianca”, l’altro deve ripetere, e si ripete all’infinito, stando attenti però a cogliere ogni minima variazione di tono, intensità, intenzione. Se sbagli ricominci. Serve a creare relazione, da usare quando due attori dicono le battute senza rivolgerle realmente l’uno all’altro.
Prima di lasciarci, il maestro dà un’ultima consegna: camminate lentamente, chiudete gli occhi e rallentate fino a fermarvi. Poi senti due braccia che ti guidano verso una nuova posizione fino a che senti il contatto con un altro corpo sudato. Quindi senti che altri corpi si avvicinano. Parte una musica struggente: abbracciatevi più stretti che potete. Stiamo componendo una scultura vivente (forse Luciano la definirebbe “aggregato sistemico di soggetti polimorfi”) e quando riapriamo gli occhi scopriamo quali erano i compagni a cui eravamo abbracciati. Ancora in cerchio per un ultimo reciproco applauso con inchino, gli occhi lucidi per l’energia spesa e le emozioni accumulate. Grazie Luciano per queste due giornate di lavoro, bello scientifico e bello organico e anche per quest’ultima, bellissima e indimenticabile “ruffianata”, che rende più pungente la nostalgia per le due giornate passate insieme a te e ai compagni.
Dopo averti fatto sudare per bene passa a spiegare il suo metodo, basato sui cosiddetti “attèmi”, parola che sul calco di parenti più noti come “fonema” e “grafema”, indica l’unità minima dell’azione scenica, un gesto, anche piccolo, come uno sguardo, unito o meno a una battuta. Gli attemi, potrebbero anche vivere da soli, dato che sono unità minime, però in natura si trovano prevalentemente in serie più meno lunghe che nella teoria di Luciano si chiamano “Sistemi” e che ricordano abbastanza le scene, con una differenza, finiscono sempre al punto di inizio, si prestano cioè ad essere eseguiti all’infinito, in loop. Ora, in un sistema accadono delle azioni sceniche secondo una sequenza predefinita che definisce un equilibrio iniziale. Lo schema però può essere modificato, entro certi limiti, purché ritrovi uno stato di equilibrio. Noi abbiamo lavorato su tre sistemi diversi: i primi due di sedici attemi/battute ciascuno, presi da Aspettando Godot di Beckett e da l’Amante di Pinter, da giocare a coppie, più un sistema collettivo da fare in quindici, senza battute.
In una prima fase, chiamata Installazione, gli attori imparano la sequenza degli attemi fino a renderla fluida. È come una coreografia: il maestro conta, scandendo i vari passaggi con brevi colpi su un tamburello, e volendo si può anche contare un numero fisso di battute ritmiche tra un attema e l’altro. Nella seconda fase, detta della Modulazione, si possono variare alcuni elementi: spazio, tempo, energia, intenzione. Infine nella fase di Trasgressione gli attemi si possono omettere, rubare, ripetere, modificare: in pratica è una sorta di improvvisazione regolata, in cui si cerca di trovare idee interessanti forzando gli schemi ma senza perderne il riferimento. È la fase creativa, in cui gli attori in scena mischiano le carte e da cui possono scaturire suggerimenti preziosi per la regia. In questa fase l’attore diventa creativo e drammaturgo. E infatti l’argomento del seminario è la drammaturgia dell’attore nel teatro del novecento.
Quanto può durare il lavoro su un singolo sistema? Anche più di un’ora. Prima si ripetono meccanicamente i gesti definiti dagli attemi, poi li si modula a suon di musica, quindi si aggiunge il testo, poi si passa alla trasgressione. È un gran lavoro, molto fecondo, al termine del quale il montaggio di una scena può diventare la semplice scelta della sequenza più efficace tra quelle osservate.
Ognuno di noi ha portato a termine il suo lavoro sul sistema. Alla fine ci si ritrova in cerchio a commentare quanto fatto. Infine un’ultima camminata sui legni dell’aula. Da dove viene questo metodo mezzo matematico e mezzo organicistico? Da un regista spagnolo il cui nome suona più o meno così: finis terrae. In effetti mai una volta che Luciano una cosa l’abbia inventata lui. Per ogni esercizio che ti propone, ti ricorda che l’ha pensato un americano, un francese o uno spagnolo trent’anni fa, e se chiedi ti dice anche la bibliografia. Non tutti hanno la medesima deferenza verso i propri maestri e le proprie fonti. Un esempio? Do it (“Jones, 1963”). Esercizio che consiste nel prendere un volontario, metterlo fuori dalla porta e decidere che lui dovrà fare una certa cosa. Poi il volontario rientra in aula e la classe deve fargli fare quella cosa senza dirgli niente, senza fargli gesti descrittivi, senza costringerlo a farla meccanicamente, con la sola forza del pensiero (prana, qui c’è di mezzo la sapienza indiana) e dei gesti. Con noi ha quasi funzionato…. Altro esempio? Repetition (“Morris, 1972”). Due volontari seduti uno di fronte all’altro si guardano negli occhi. Il primo fa una constatazione, come “hai la maglietta bianca”, l’altro deve ripetere, e si ripete all’infinito, stando attenti però a cogliere ogni minima variazione di tono, intensità, intenzione. Se sbagli ricominci. Serve a creare relazione, da usare quando due attori dicono le battute senza rivolgerle realmente l’uno all’altro.
Prima di lasciarci, il maestro dà un’ultima consegna: camminate lentamente, chiudete gli occhi e rallentate fino a fermarvi. Poi senti due braccia che ti guidano verso una nuova posizione fino a che senti il contatto con un altro corpo sudato. Quindi senti che altri corpi si avvicinano. Parte una musica struggente: abbracciatevi più stretti che potete. Stiamo componendo una scultura vivente (forse Luciano la definirebbe “aggregato sistemico di soggetti polimorfi”) e quando riapriamo gli occhi scopriamo quali erano i compagni a cui eravamo abbracciati. Ancora in cerchio per un ultimo reciproco applauso con inchino, gli occhi lucidi per l’energia spesa e le emozioni accumulate. Grazie Luciano per queste due giornate di lavoro, bello scientifico e bello organico e anche per quest’ultima, bellissima e indimenticabile “ruffianata”, che rende più pungente la nostalgia per le due giornate passate insieme a te e ai compagni.
mercoledì 25 giugno 2008
Spettacolo fatto, desiderio netto
A due giorni di distanza dal nostro spettacolo provo a descrivere quello che provo: un sentimento di liberazione, la conquista di un traguardo atteso, costruito insieme, con l’aiuto e la guida di Gaia e Corinna. E insieme un senso di vuoto per un percorso che volge alla conclusione, dopo i tre anni regolamentari al Libero. Come ogni anno i compagni si disperderanno dopo qualche aperitivo estivo e una pizza celebrativa, e forse un altro anno non ci sarà per conoscerne altri.
Dello spettacolo ricordo la luce grigia, quasi fumosa, in cui intravedevo il pubblico, mezzo accecato com’ero dalle luci su di me. Ricordo le lunghe “guardie” in divisa e berretto, nel mio angolino, ora a destra e ora a sinistra, che mi hanno consentito di vedere tutto lo spettacolo direttamente dalla scena. Mi vengono in mente le corvée per cambiare i cartelli con le fermate; le soste al centro del palcoscenico sulla croce di nastro adesivo per dire la mia parte; i fasci di luce che circondavano le figure dei compagni in battuta; gli applausi finali e quel varco nella fila degli attori, rimasto aperto per me, ultimo a raccogliere il saluto del pubblico; i complimenti dei compagni del primo anno venuti a vedermi, quelli di Gaia. E poi la vanità di uscire per strada con gli occhi ancora cerchiati di nero e ordinare una birra con aria stanca e un po' di sussiego.
Uno ad uno i compagni fanno ritorno a casa e così faccio anch’io, dopo averli salutati più a lungo del solito. A farmi compagnia un mal di testa, nato tra birre e sigarette scroccate conversando con l'autore, e un senso di spossatezza, perché è stato bello e perché è già finito. Su quel palco, o su un altro, poco importa, ci voglio tornare. È un desiderio netto e pulito, il più bel regalo ricevuto da maestri e compagni incontrati in questi anni alla scuola di via Savona.
Dello spettacolo ricordo la luce grigia, quasi fumosa, in cui intravedevo il pubblico, mezzo accecato com’ero dalle luci su di me. Ricordo le lunghe “guardie” in divisa e berretto, nel mio angolino, ora a destra e ora a sinistra, che mi hanno consentito di vedere tutto lo spettacolo direttamente dalla scena. Mi vengono in mente le corvée per cambiare i cartelli con le fermate; le soste al centro del palcoscenico sulla croce di nastro adesivo per dire la mia parte; i fasci di luce che circondavano le figure dei compagni in battuta; gli applausi finali e quel varco nella fila degli attori, rimasto aperto per me, ultimo a raccogliere il saluto del pubblico; i complimenti dei compagni del primo anno venuti a vedermi, quelli di Gaia. E poi la vanità di uscire per strada con gli occhi ancora cerchiati di nero e ordinare una birra con aria stanca e un po' di sussiego.
Uno ad uno i compagni fanno ritorno a casa e così faccio anch’io, dopo averli salutati più a lungo del solito. A farmi compagnia un mal di testa, nato tra birre e sigarette scroccate conversando con l'autore, e un senso di spossatezza, perché è stato bello e perché è già finito. Su quel palco, o su un altro, poco importa, ci voglio tornare. È un desiderio netto e pulito, il più bel regalo ricevuto da maestri e compagni incontrati in questi anni alla scuola di via Savona.
mercoledì 18 giugno 2008
La parola ai bagarini
mercoledì 11 giugno 2008
Il Gabri ha vinto un premio

Giulio Guanti era seduto nel buio della sua Opel Tigra da più di un’ora.
Fari spenti, riscaldamento al massimo, gli occhi ridotti a due fessure. Lattine di birra vuote e sigarette spente gli facevano compagnia nell’abitacolo. Aveva parcheggiato in una via deserta, dietro l’aeroporto. Guardò l’orologio. Le quattro meno un quarto...
E' l'esordio del suo ultimo racconto, vincitore del Premio speciale città di Milano per Subway 2008.
Se non trovate il libretto in metro, potete leggere qui il racconto completo.
mercoledì 4 giugno 2008
Ora pro nobis
Una stretta viuzza del centro. Da una finestra al secondo piano si sente un "ora pro nobis". Sul citofono neppure un nome. Non si fidano. Non mi resta che chiamare: "sorelle!" Mi aprono subito e mi offrono una birra. Mica male per cominciare. Sono loro con Corinna. Resto in ascolto delle imprese delle suore dell'ordine della concordia alimentare. Faccio anche la parte prima del passante miserevole e poi di Redento, così la Chanty mi strapazza per benino. Mentre loro fumano sul balconcino Corinna mi concede la mia parte per ben due volte. Ancora una volta un vuoto di memoria nella seconda replica, a metà, ma nel complesso bene. Rallentare bisogna, contare fino a cinque tra una battuta e l'altra nel finale. Poi riprendono loro e quasi filano. Un martedì sera rubato che però aiuta. Dopo il lunedì repubblicano pesa meno non aver posato i piedi sui legni dell'aula: grazie Alessandra per aver organizzato e per aver accettato un infiltrato nelle segrete mura dell'ordine.
Camera ardente
Uno di questi giorni ho speakerato per due amici.
Siamo agli studi di una Radio, in una stanzetta calda e chiusa: l'ora è tarda.
Registrazione per il film su un'associazione di volontariato che celebra un anniversario.
Tono paterno e caldo, da citizenship.
Dopo un po' di prove loro sembrano soddisfatti.
Chiamano il fonico per sicurezza, vogliono una conferma sulla qualità della registrazione.
Viene uno.
Poi ne viene un altro.
Da dietro il vetro li vedo confabulare.
Poi il secondo fonico irrompe nel mio loculo
si siede praticamente sulle mie ginocchia e chiede:
"Scusa ma ti è morto il gatto?"
Mantengo il mio aplomb e cerco di farla più brillante, ma mi sento un po' come Charlie Brown sul suo Pitcher's Mound.
Loro confabulano ancora e poi il fonico se ne va, con l'aria di dire "Contenti voi..."
Ancora qualche rifacimento in varie salse (ma forse la salsa è sempre quella) e tra mille ringraziamenti vengo congedato.
Ho la sensazione che se il bilancio lo consentisse cambierebbero speaker.
Aspettiamo di sentire il parere del cliente.
Siamo agli studi di una Radio, in una stanzetta calda e chiusa: l'ora è tarda.
Registrazione per il film su un'associazione di volontariato che celebra un anniversario.
Tono paterno e caldo, da citizenship.
Dopo un po' di prove loro sembrano soddisfatti.
Chiamano il fonico per sicurezza, vogliono una conferma sulla qualità della registrazione.
Viene uno.
Poi ne viene un altro.
Da dietro il vetro li vedo confabulare.
Poi il secondo fonico irrompe nel mio loculo
si siede praticamente sulle mie ginocchia e chiede:
"Scusa ma ti è morto il gatto?"
Mantengo il mio aplomb e cerco di farla più brillante, ma mi sento un po' come Charlie Brown sul suo Pitcher's Mound.
Loro confabulano ancora e poi il fonico se ne va, con l'aria di dire "Contenti voi..."
Ancora qualche rifacimento in varie salse (ma forse la salsa è sempre quella) e tra mille ringraziamenti vengo congedato.
Ho la sensazione che se il bilancio lo consentisse cambierebbero speaker.
Aspettiamo di sentire il parere del cliente.
domenica 25 maggio 2008
Sabato di prove
Un sabato mattina di prove con Gaia, per arrivare più "montati" alla lezione del lunedì. Devo dire che la cosa mi ha emozionato, un po' perché è stato quasi come una lezione privata, con Gaia sul divano di casa e noi con le suole sul tappeto: Alessandra, Davide e io, + Corinna e Stefano come spettatore. Prima rollergirl con il suo regista e poi il capostazione in apertura e chiusura. Ci voleva.
mercoledì 30 aprile 2008
28 aprile: un rumore, un rematore, un rugbista!
Gaia è sempre più magra ma non perde la sua abituale forza mitopoietica. Ci diamo al montaggio a partire dalla primissima scena delle belle statuine, che io devo animare, prima con sorpresa e poi con superiorità burattinaia. Dopo questa breve intro è la volta del politico: Stefano, esasperato dalle correzioni, strabuzza gli occhi, crolla il crapone e strappa risate. Con rollergirl si sfiora un'idea di quello che sarà lo spettacolo. Già senza copione, il regista e la star, sorretta dai due boys, ci danno dentro e convincono. Chiudono le giornaliste a voi studio. Lo spettacolo sarà prestino, il 23 giugno. Un poco di apprensione, ma devo dire che l'anno scorso ero più preoccupato.
martedì 22 aprile 2008
BlogCronaca 21 aprile 2008
Back to blog. Maestra ferma ai box, lezione con Corinna, che torna ai fondamentali vocali (quadrato della respirazione e fiato-voce fiato) e ci favorisce uno dei suo nuovi esercizi di canto con pianola. Prima è la motoretta fonata con le labbra sostenute dalle dita su tre note ripetute in scala prima più acuta e poi più bassa. Poi lo “nei-nei” ripetuto con il medesimo accompagnamento. Al termine voce ben calda per la lettura che segue. Dopo la pausa siamo alle prime ripetizioni in piedi senza testo per chi può: partono le suore, quindi rollergirl con il suo rugbista, poi il politico ingofilo, per chiudere con le giornaliste d’assalto alla vecchia.
Raccomandazioni su memoria e tempo che è passato (molto) e che ci resta (poco). Le prossime lezioni da non mancare.
martedì 1 aprile 2008
Le tre grandi botte dell'umanità
Erano i giorni prima della Pasqua e Gaia parlava ai suoi allievi e diceva loro queste parole. "Tre grandi botte ha ricevuto l'umanità nei tempi moderni. L'umanità credeva di essere al centro dell'universo ma Galileo mostrò che era vero il contrario. Fu la prima botta. L'umanità credeva di discendere da Dio ma Darwin mostrò che essa discendeva dalle scimmie. Seconda botta. L'umanità credeva di avere un intelletto presente a se stesso, ma Freud mostrò che esisteva un inconscio. E fu la terza botta. Ora queste botte sono state salutari. Se noi fossimo sempre stati al centro dell'universo, forse questo universo non l'avremmo mai visto. Se noi discendessimo direttamente da Dio non sapremmo nulla di evoluzione.
La stessa cecità affligge chi sta al centro del palco, perché al centro si è ciechi. Per questo occorre imparare ad ascoltare, non solamente con le orecchie ma con tutto il corpo e con la schiena. Per questo si parla tanto a lezione di quanto sia importante l'ascolto e di quanto conti sapersi decentrare, per recuperare un pizzico di sensibilità. Altrimenti chi sta al centro non ha percezione e comincia a pensare 'cosa diranno di me', a sentirsi un pirla, e quindi a diventare imbranato, ad assumere le faccettine, che sono l'espressione del giudizio di pirla che sente su di sé. Tutto questo richiama la responsabilità dell'ascolto, soprattutto per chi sta al centro, che non deve mollare mai la tensione, per non cadere nel pregiudizio psicologistico."
Così parlava Gaia quel giorno, e gli allievi pensavano alle parti che erano state assegnate e c'era chi era soddisfatto e chi meno, e chi ancora attendeva di sapere.
La stessa cecità affligge chi sta al centro del palco, perché al centro si è ciechi. Per questo occorre imparare ad ascoltare, non solamente con le orecchie ma con tutto il corpo e con la schiena. Per questo si parla tanto a lezione di quanto sia importante l'ascolto e di quanto conti sapersi decentrare, per recuperare un pizzico di sensibilità. Altrimenti chi sta al centro non ha percezione e comincia a pensare 'cosa diranno di me', a sentirsi un pirla, e quindi a diventare imbranato, ad assumere le faccettine, che sono l'espressione del giudizio di pirla che sente su di sé. Tutto questo richiama la responsabilità dell'ascolto, soprattutto per chi sta al centro, che non deve mollare mai la tensione, per non cadere nel pregiudizio psicologistico."
Così parlava Gaia quel giorno, e gli allievi pensavano alle parti che erano state assegnate e c'era chi era soddisfatto e chi meno, e chi ancora attendeva di sapere.
martedì 11 marzo 2008
Il pescatore di Tobago
Questa mattina mi sono svegliato con un canto in mente. E' la nenia che ci avvolge durante il riscaldamento, e di cui ormai Corinna è ministra paziente. Ignoro di chi sia, mi fa pensare a una vecchia di Trinidad che separa il grano dal loglio o a un giovane pescatore di Tobago che ripara le reti la sera. Forse è una zia caraibica che canta la ninna nanna. A noi serve per rilassarci e per caricarci prima delle note di Passion, sulle quali la voce ci impone di alzarci senza esitare. Non ero mai riuscito a ricordarmi quel motivo prima d'ora. Forse la dose domenicale e il rinforzo di ieri hanno azionato i meccanismi della memoria. Ripensandoci sono state più di otto ore di lavoro senza risparmio, con la concentrazione per muoversi al rallenti che lascia spossati, con una "prima" lettura delle scene appena rese note che è già impegnativa, approfondita, esigente e divertente. Siamo stati automi dalla centralina intermittente, abbiamo cantato per folle in attesa, abbiamo cercato l'unisono con convinzione. Qualcosa là in fondo mi avverte di una tensione lontana e allora la nenia soccorre, la voce sussurra il suo calmo parlare. Prima di alzarci possiamo ancora sentire il respiro che lava via i nodi a cui siamo legati.
mercoledì 27 febbraio 2008
BlogCronaca 25 febbraio 2008 - dell'equilibrio
Lezioni sospese a causa del freddo. La caldaia di via Savona si rifiutava di riscaldare le nostre aule, forse per questioni condominiali, forse per dispetto verso una classe che ha un saggio da preparare e grandi ambizioni dietro le spalle. Dopo due lezioni passate al bar e finite con l’odore acre dei chupito si torna con i piedi sui legni della scuola teatrale.
Il riscaldamento lo somministra Corinna bianche le braccia. Al respiro si unisce ancora una volta l’acqua, e l’acqua bagna un corpo le cui membra si staccano per il loro stesso peso, quasi come la mia spalla rappresa e dolente. Il flusso di quell’acqua immaginata dona energia, anche a me, appena scampato alla febbre. Ma non è energia da sprecare o da tenere per tempi peggiori, va usata subito per alzarsi come divinità al risveglio, o come mostri affamati di vita. Si costruisce così la forza di una camminata che attraversa lo spazio, scandita dalle note di Passion di Peter Gabriel.
Lo spazio e come occuparlo. Ci troviamo su un piano, in equilibrio su un perno centrale. Ogni movimento che dal centro si allontana crea una pendenza, che va compensata. Così si entra in relazione, a coppie, cercando di non perdere l’equilibrio sulla tavola. Mai provato in barchetta? Neutri e impassibili ci studiamo e ci muoviamo incerti, nel tentativo di creare una relazione che raggiunga l’obiettivo di dissimulare la sua ragion d’essere: mantenere il piano in equilibrio. Le coppie si avvicendano in questo gioco di intenzioni, finché proprio il gioco diviene protagonista del lavoro successivo: le coppie, anziché avvicendarsi al centro, si disperdono nello spazio dell’aula e continuano il loro ritmo di attrazione e repulsione, astratto ormai dalla legge del piano, in simultanea.
Fuori dal gioco uno sta, e osserva le coppie: con un battito dei palmi può fermare il girotondo ed entrare in scena per sistemare i suoi bambolotti, ora inanimati, cambiare le coppie, disporle in pose simmetriche. Con due colpi di mano può farli precipitare a terra tutti, esanimi per un breve istante, finché di nuovo non si rialzano, con la forza già espressa subito dopo il riscaldamento. È il suo gioco preferito e ci si deve appassionare. All’inizio è riluttante, poi sembra trovare l’intensità giusta.
Dopo un’allocuzione di Gaia sulla Poetica di Aristotele, a cui dedicherò un post apposta, si passa alla costruzione della prima scena, in cui tutti entrano sul palco con un gesto specifico, aperto e chiuso nello spazio di pochi istanti. Si prova su questa sequenza che già porta in sé un nucleo di verità futura.
Il riscaldamento lo somministra Corinna bianche le braccia. Al respiro si unisce ancora una volta l’acqua, e l’acqua bagna un corpo le cui membra si staccano per il loro stesso peso, quasi come la mia spalla rappresa e dolente. Il flusso di quell’acqua immaginata dona energia, anche a me, appena scampato alla febbre. Ma non è energia da sprecare o da tenere per tempi peggiori, va usata subito per alzarsi come divinità al risveglio, o come mostri affamati di vita. Si costruisce così la forza di una camminata che attraversa lo spazio, scandita dalle note di Passion di Peter Gabriel.
Lo spazio e come occuparlo. Ci troviamo su un piano, in equilibrio su un perno centrale. Ogni movimento che dal centro si allontana crea una pendenza, che va compensata. Così si entra in relazione, a coppie, cercando di non perdere l’equilibrio sulla tavola. Mai provato in barchetta? Neutri e impassibili ci studiamo e ci muoviamo incerti, nel tentativo di creare una relazione che raggiunga l’obiettivo di dissimulare la sua ragion d’essere: mantenere il piano in equilibrio. Le coppie si avvicendano in questo gioco di intenzioni, finché proprio il gioco diviene protagonista del lavoro successivo: le coppie, anziché avvicendarsi al centro, si disperdono nello spazio dell’aula e continuano il loro ritmo di attrazione e repulsione, astratto ormai dalla legge del piano, in simultanea.
Fuori dal gioco uno sta, e osserva le coppie: con un battito dei palmi può fermare il girotondo ed entrare in scena per sistemare i suoi bambolotti, ora inanimati, cambiare le coppie, disporle in pose simmetriche. Con due colpi di mano può farli precipitare a terra tutti, esanimi per un breve istante, finché di nuovo non si rialzano, con la forza già espressa subito dopo il riscaldamento. È il suo gioco preferito e ci si deve appassionare. All’inizio è riluttante, poi sembra trovare l’intensità giusta.
Dopo un’allocuzione di Gaia sulla Poetica di Aristotele, a cui dedicherò un post apposta, si passa alla costruzione della prima scena, in cui tutti entrano sul palco con un gesto specifico, aperto e chiuso nello spazio di pochi istanti. Si prova su questa sequenza che già porta in sé un nucleo di verità futura.
martedì 12 febbraio 2008
Davide dalla Berlinale
Non perdete le cronache da Berlino di Davide. Qui i suoi reportage dal festival cinematografico di Berlino.
mercoledì 30 gennaio 2008
BlogCronaca delle folle
Dopo le evoluzioni della suorina che si impasta glamour contro il muro sui pattini a rotelle, e la finisce in lap dance, iniziamo il riscaldamento. La maestra non è in perfetta forma e così è Corinna a seguire il nostro riscaldamento-rilassamento, affidato alla metafora del respiro-colore, già visto in altre circostanze, ma con varianti. Questa volta, dopo la respirazione cromatica un globo luminoso, collegato al magma che si trova nel centro della terra, prima ci trascina a compenetrarci con il pavimento e quindi ci fa alzare in piedi. Tornati in posizione eretta camminiamo tra la folla. No, non occorre farsi strada o spingere, come sui mezzi pubblici. La folla ci fa strada, si apre al nostro passaggio. Concentratevi sulla camminata, fatemi capire chi siete, ma non voglio mimica. Chi siamo? Ognuno ci prova a suo modo e ne scaturiscono diversi personaggi per successive interpretazioni. La regina, il condottiero, il puntualizzatore, la donna mafiosa, la condannata, il cantante, il prete… ma questo lo scopriremo soltanto dopo. Ora chi cammina deve trovare il momento giusto per fermarsi e per rivolgersi a questa folla, sempre tenendo il personaggio immaginato, ma con voce adeguata a raggiungere… almeno mille persone. Dopo una serie di prove sonore la maestra assegna le parti e occorre continuare, anche a coppie, alternandosi liberamente e senza lasciare buchi: uno sprona le truppe con un solo braccio, un altro si lamenta di trovarsi dov’è, un’altra si difende da accuse immaginarie, o rivendica la propria dignità criminale pirandelliana, oppure ancora saluta il pubblico o predica ai fedeli. Più intensi, siete ancora troppo deboli. E così ancora, girando e rigirando.
Infine ai soli uomini è riservata un’ultima prova. In fila, sempre tenendo il proprio personaggio e il suo stile vocale forte, dovranno rispondere a una serie di domande poste dalla maestra, costruendo la loro risposta un sintagma per uno (era-ora che-qualcuno ci-pensasse) e poi una frase per uno, badando a lasciare sempre aperto il proprio intervento in modo che il compagno di fila ci si possa attaccare. Che cos’è il sesso, la libertà, il vibratore e altre amenità, sempre a voce alta, sempre parlando a una folla.
Infine ai soli uomini è riservata un’ultima prova. In fila, sempre tenendo il proprio personaggio e il suo stile vocale forte, dovranno rispondere a una serie di domande poste dalla maestra, costruendo la loro risposta un sintagma per uno (era-ora che-qualcuno ci-pensasse) e poi una frase per uno, badando a lasciare sempre aperto il proprio intervento in modo che il compagno di fila ci si possa attaccare. Che cos’è il sesso, la libertà, il vibratore e altre amenità, sempre a voce alta, sempre parlando a una folla.
mercoledì 23 gennaio 2008
Blogcronaca lunedì 21 gennaio
La maestra tornata da Londra proprio per la nostra lezione, super piena di energia… ci ha guidato attraverso riscaldamento e improvvisazioni.
Abbiamo iniziato con un riscaldamento vocale veloce: il quadrato della respirazione, fiato/voce/fiato, l’8 del tono, sa re ga…
Poi siamo passati al riscaldamento fisico: camminata nello spazio e piano piano la camminata si trasforma con la musica, portando all’eccesso e poi inserendo dei momenti di rallenty.
Passiamo a terra, distesi, ci alziamo come se fosse la prima volta e troviamo un modo pieno e solido di stare in piedi e una volta in piedi cerchiamo di proiettarci verso l’alto.
Impro suorine, tutte in ginocchio, fronte a terra, ci alziamo tutte insieme e facciamo la nostra progressione di crescita verso l’estasi totale, con Chantal/novizia che ogni tanto, troppo presa dall’estasi, cade in avanti, di lato, indietro…tipo Mr Bean… e le due gemelline al centro (Margherita e Marta) che saranno gemelle siamesi con un’unica tunica?
Impro suorine: Chantal, Elisa, Alessandra ripasso delle regole e interrogazione della novizia con la madre superiora che ogni tanto sbarella.
Impro metropolitana: Federico e Davide che si riconoscono si guardano cercando di non essere visti dall’altro, arrivano due donzelle – Margherita e Marta – che li commentano, loro sentono e si trasformano in base ai loro commenti…. Che sono normalmente fatti utilizzando gli opposti… tipo: che bello questo, però è quel bello un po’ brutto.
Ultima impro: 4 sure milanesi che vanno a volontariato e ad organizzare un cocktail party per la Leti in un centro sociale e cercano di farsi raccontare dai ragazzi disadattati le loro storie di vita struggenti… Elisa la snob, Alessandra la super attiva, Cristina la rifattona e Cristina che ha schifo di tutto, preoccupata dello sporco e timida, salvo poi avere un Alien dentro che esce e insulta quando la spingono verso lo sporco…
Abbiamo iniziato con un riscaldamento vocale veloce: il quadrato della respirazione, fiato/voce/fiato, l’8 del tono, sa re ga…
Poi siamo passati al riscaldamento fisico: camminata nello spazio e piano piano la camminata si trasforma con la musica, portando all’eccesso e poi inserendo dei momenti di rallenty.
Passiamo a terra, distesi, ci alziamo come se fosse la prima volta e troviamo un modo pieno e solido di stare in piedi e una volta in piedi cerchiamo di proiettarci verso l’alto.
Impro suorine, tutte in ginocchio, fronte a terra, ci alziamo tutte insieme e facciamo la nostra progressione di crescita verso l’estasi totale, con Chantal/novizia che ogni tanto, troppo presa dall’estasi, cade in avanti, di lato, indietro…tipo Mr Bean… e le due gemelline al centro (Margherita e Marta) che saranno gemelle siamesi con un’unica tunica?
Impro suorine: Chantal, Elisa, Alessandra ripasso delle regole e interrogazione della novizia con la madre superiora che ogni tanto sbarella.
Impro metropolitana: Federico e Davide che si riconoscono si guardano cercando di non essere visti dall’altro, arrivano due donzelle – Margherita e Marta – che li commentano, loro sentono e si trasformano in base ai loro commenti…. Che sono normalmente fatti utilizzando gli opposti… tipo: che bello questo, però è quel bello un po’ brutto.
Ultima impro: 4 sure milanesi che vanno a volontariato e ad organizzare un cocktail party per la Leti in un centro sociale e cercano di farsi raccontare dai ragazzi disadattati le loro storie di vita struggenti… Elisa la snob, Alessandra la super attiva, Cristina la rifattona e Cristina che ha schifo di tutto, preoccupata dello sporco e timida, salvo poi avere un Alien dentro che esce e insulta quando la spingono verso lo sporco…
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