Lezioni sospese a causa del freddo. La caldaia di via Savona si rifiutava di riscaldare le nostre aule, forse per questioni condominiali, forse per dispetto verso una classe che ha un saggio da preparare e grandi ambizioni dietro le spalle. Dopo due lezioni passate al bar e finite con l’odore acre dei chupito si torna con i piedi sui legni della scuola teatrale.
Il riscaldamento lo somministra Corinna bianche le braccia. Al respiro si unisce ancora una volta l’acqua, e l’acqua bagna un corpo le cui membra si staccano per il loro stesso peso, quasi come la mia spalla rappresa e dolente. Il flusso di quell’acqua immaginata dona energia, anche a me, appena scampato alla febbre. Ma non è energia da sprecare o da tenere per tempi peggiori, va usata subito per alzarsi come divinità al risveglio, o come mostri affamati di vita. Si costruisce così la forza di una camminata che attraversa lo spazio, scandita dalle note di Passion di Peter Gabriel.
Lo spazio e come occuparlo. Ci troviamo su un piano, in equilibrio su un perno centrale. Ogni movimento che dal centro si allontana crea una pendenza, che va compensata. Così si entra in relazione, a coppie, cercando di non perdere l’equilibrio sulla tavola. Mai provato in barchetta? Neutri e impassibili ci studiamo e ci muoviamo incerti, nel tentativo di creare una relazione che raggiunga l’obiettivo di dissimulare la sua ragion d’essere: mantenere il piano in equilibrio. Le coppie si avvicendano in questo gioco di intenzioni, finché proprio il gioco diviene protagonista del lavoro successivo: le coppie, anziché avvicendarsi al centro, si disperdono nello spazio dell’aula e continuano il loro ritmo di attrazione e repulsione, astratto ormai dalla legge del piano, in simultanea.
Fuori dal gioco uno sta, e osserva le coppie: con un battito dei palmi può fermare il girotondo ed entrare in scena per sistemare i suoi bambolotti, ora inanimati, cambiare le coppie, disporle in pose simmetriche. Con due colpi di mano può farli precipitare a terra tutti, esanimi per un breve istante, finché di nuovo non si rialzano, con la forza già espressa subito dopo il riscaldamento. È il suo gioco preferito e ci si deve appassionare. All’inizio è riluttante, poi sembra trovare l’intensità giusta.
Dopo un’allocuzione di Gaia sulla Poetica di Aristotele, a cui dedicherò un post apposta, si passa alla costruzione della prima scena, in cui tutti entrano sul palco con un gesto specifico, aperto e chiuso nello spazio di pochi istanti. Si prova su questa sequenza che già porta in sé un nucleo di verità futura.
mercoledì 27 febbraio 2008
martedì 12 febbraio 2008
Davide dalla Berlinale
Non perdete le cronache da Berlino di Davide. Qui i suoi reportage dal festival cinematografico di Berlino.
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